
Identità è parola di moda oggi e come tutte le parole di moda è usata e abusata, soprattutto da chi forse veri problemi di identità non ne ha mai avuti. C’è chi ha avuto la fortuna di nascere nelle terre dei nonni, di parlare da sempre la lingua materna, di vivere sempre nello stesso paese e di non sentirsi straniero là dove abita. C’è anche chi ha avuto la fortuna di vivere sempre nello stesso “tempo”, senza assistere a rivoluzioni o altri sconvolgimenti.
Molti, moltissimi, questa fortuna non l’hanno mai avuta. Chi ha per caso letto alcuni miei precedenti articoli sa che mi sono spesso occupata di popoli e gruppi etnici costretti a spostamenti e deportazioni, vittime di guerre volute da altri, di rivoluzioni, di ideologie.
Se poi si mette ancora più a fuoco l’obiettivo si vedrà che all’interno di questi gruppi ci sono individui, ed ognuno è una storia a sé. E che storia.
Molte di queste storie non le conosceremo mai, perché non c’è più chi possa raccontarle, ma altre sono arrivate fino a noi, grazie alla curiosità di qualche ricercatore e al talento di qualche narratore.
Quando una colta amica mi ha segnalato il libro “L’Orientalista”, di Tom Reiss, non avevo idea di cosa ci avrei trovato. Mi sono fidata ciecamente e l’ho ordinato alla solita libreria anglo-americana on-line. Mi sono inoltre lasciata consigliare dal libraio invisibile e ho acquistato anche il suo “perfect partner”, “Ali and Nino”, di Kurban Said (va detto che Nino è una ragazza).
Che storia! Che storie!
C’è un bambino, figlio di un ricco signore di Baku, che nasce con un nome, vive con un altro ed è diventato famoso per un altro ancora. Lev Nussimbaum, alias Essad Bey, alias Kurban Said. C’è un giornalista del New York Times e del New Yorker, che ha voluto capire chi si nascondeva dietro questi nomi ed ha cercato, cercato. E chi cerca trova. Il risultato è la storia incredibile di questo bambino.
Lev sembra sia nato su un treno, sì, proprio su un treno, nel 1905.
Attenzione alle date e ai luoghi, perché in questa storia faranno tutta la differenza.
Dov’è Baku? Caucaso, capitale dell’Azerbaijan, sul mar Caspio. Una città che galleggia prima che su un mare salato su un mare nero, di petrolio. Cominciava ad avere una certa importanza il petrolio in quegli anni, tant’è vero che erano stati molti ad arricchirsi, persino i signori Nobel, sì proprio quelli della dinamite e del premio. Erano arrivati fino lì, insieme a molti altri, europei e americani.
Azerbaijan, Caucaso. Il Caucaso è una regione che ho sentito definire da Franco Cardini “Salad Bowl”, insalata mista la chiameremmo noi, in contrapposizione al concetto di “Melting Pot”, crogiuolo. Infatti le popolazioni del Caucaso, che noi conosciamo a malapena, per sentito dire, quando ci raggiunge l’eco di qualche guerra, fra Armeni ed Azeri per il possesso del Nagorno-Karabakh, una strage a Beslan, in Ossezia, guerra senza fine in Cecenia, spedizioni alpinistiche nel Caucaso, problemi fra Georgia e Russia, attentati nel Daghestan. Petrolio, guerre, stragi, attentati.
Nel 1905 quasi tutta quella zona faceva parte dell’Impero Russo e confinava con l’impero Ottomano a occidente e la Persia – si chiamava ancora così – a sud-est. Nel 1905 c’è la prima rivoluzione russa, e l’eco di quella famosa domenica di sangue, con l’uccisione sul nascere di tante speranze, raggiunge ben presto la periferia dell’impero.
Insalata mista, ho detto prima. Non si erano mischiate le popolazioni di quella piccola regione, anzi. Ognuna era rimasta attaccata saldamente alle proprie tradizioni, alla propria lingua, alla propria religione. Cristiani armeni e georgiani, seppure con lingue e riti diversi, musulmani per lo più gli altri, alcuni sciiti e altri sunniti, con strane ed imprevedibili presenze di discendenti di antichi cavalieri crociati, coloni tedeschi, ebrei della montagna o Juhuro, oltre naturalmente alle popolazioni locali per lo più di ceppo turco.
L’Azerbaijan, e Baku in modo particolare, è una regione un po’ speciale. Come in tutti i paesi sulla Via della Seta non c’è religione che non abbia avuto un suo tempio qui. Musulmani, Bahà, Cristiani, Ortodossi, ma ancor prima Zoroastriani e probailmente Manichei. Azer nell’antica lingua persiana vuol dire fuoco e non è un caso che proprio a Baku vi sia un tempio del fuoco, zoroastriano, dove ancora oggi brucia una fiamma perenne. E non è un caso che in questa terra naturalmente ignifera sia nato questo culto.
Il bambino nasce però su un treno. Strano posto per nascere. Come mai?
Sembra che la mamma fosse una giovane rivoluzionaria, ce n’erano in Russia a quel tempo, e il padre l’avesse fatta allontanare, per timore che fosse catturata e perseguitata dall’Okrana, la polizia segreta dello zar.
Strano connubbio quello dei genitori del bambino, padre milionario, madre rivoluzionaria. Sembra che la giovane donna fosse amica di quelli che divennero famosi, una decina di anni dopo. Ma lei non fece in tempo a vedere i loro successi perché si uccise quando il bambino aveva cinque o sei anni.
Anni difficili dunque. Per questo il piccolo, si muoveva per la città sempre scortato da governante, tedesca, guardie e servitori indigeni. Paura dei rapimenti che erano frequenti. Però non mancava nulla a questo bambino, scuola frequentata dai figli dei milionari locali, musulmani, russi, ebrei; feste e lusso, come testimonia una foto in cui i bambini musulmani ed ebrei festeggiano il natale insieme! Gli piacevano i costumi locali, gli piaceva passeggiare nella parte orientale, asiatica della città. Tante le lingue che parlava, il russo della scuola, il tedesco della governante, la lingua tatara, turca, dei locali, probabilmente il persiano e forse un po’ di arabo.
Il bambino era ebreo, ce n’erano parecchi di ebrei nella zona, molti si erano allontanati dalla Zona di Residenza, per lo più in Ucraina e avevano trovato condizioni di vita migliore in quelle colonie dell’impero. Non sembra però avesse ricevuto una grande educazione religiosa.
Il legame più forte era con la sua città, con la sua terra.
Pensiamoci, come ricordiamo noi i luoghi dove abbiamo trascorso i nostri primi cent’anni? Chi di noi non ne prova nostalgia?
I suoi primi cent’anni però furono solo dodici. Arriva infatti il 1917. Mala tempora, per tutti. Traumatico per un bambino vedere la guerra, vedere il sangue, vedere amici morire, vedere atrocità. Rivoluzione per il bambino sarà da allora in poi sinonimo di violenza e assassinii di massa. Traumatico per un bambino cresciuto nella bambagia dover abbandonare la sua casa accogliente e tutte le comodità per scappare, spesso in modo rocambolesco, a dorso di cammello, a piedi, in treno o forse anche in carrozza o in automobile, attraverso mare e deserti, prima verso oriente, poi verso occidente. Turkestan, Buchara, Samarcanda, e poi ancora Tehran, Georgia e finalmente Istanbul. Non so se sia questo l’esatto itinerario seguito nella fuga, ma sono queste le tappe miliari della sua crescita.
Gli incontri con i carovanieri, con i briganti, con i sufi e i poeti persiani, con gli ordinati coloni tedeschi, con rappresentanti di strane sette, addirittura “adoratori del diavolo”, lasciano un segno indelebile nel bambino che sta crescendo molto in fretta e sta imparando. Lingue, credenze, costumi. Se non fosse stato per le fatiche, gli spaventi, i rischi, i disagi e le privazioni sarebbe stato un viaggio da Mille e una notte. Ma è curioso il ragazzo, è attento a qualsiasi segno, ed ha una memoria formidabile. Quando finalmente giunge a Istanbul gli sembra di essere arrivato nella città delle città, nel centro del mondo. E’ lì che si convertirà all’Islam e assumerà il nome di Essad Bey. Ma non può rimanere a Istanbul. La guerra è finita e si parte verso l’Europa. Un’Europa a pezzi, che si sta leccando le troppe ferite di una guerra troppo vasta, troppo crudele, troppo lunga, troppo. A Parigi ci sono dei parenti, ma la vita è troppo cara. I pozzi di Baku non producono più ricchezza per il padre del ragazzo, sono stati requisiti dai nuovi proprietari sovietici. La scelta cade su Berlino, dove il ragazzo frequenterà il liceo russo, insieme a famosi esuli. I compagni avranno nomi come Nabokov e Pasternak, ma la città vivrà i momenti di terrore e violenza del dopoguerra tedesco, con tutte le sue contraddizioni e i suoi fermenti.
Non si sente a casa il ragazzo. E’ diventato povero, da fame. Ma ha scoperto una passione dentro di sé, questa nostalgia struggente per il suo oriente che lo porta ad iscriversi alla facoltà di orientalismo all’università di sera, sempre frequentando la mattina il liceo dei nobili profughi russi.
Giovanissimo comincerà a scrivere, scrivere, mettendo a frutto le sue esperienze e le sue conoscenze. Si costruirà una reputazione come orientalista. Sarà sempre comunque un anticomunista e un antirivoluzionario. Farà un ricco matrimonio, viaggerà. Ma i tempi stavano peggiorando. Di nuovo Mala tempora. Si viene a sapere che il famoso orientalista altri non è che un ebreo di origine russa, altro che principe ottomano. Un povero Lev Nussimbaum. La situazione precipita. Lev, alias Essad Bey non può più pubblicare in Germania. Per un po’ di tempo si rifugia in Austria. La bella e ricca moglie lo ha abbandonato ed è rimasta in America, dove erano stati un paio d’anni. Non si sa per quali strane vie giunge in Italia dove stringe amicizia con una signora di Rapallo, amica di personaggi influenti nella nomenklatura fascista del tempo. Si rifugia a Positano, dove altri profughi avevano trovato ospitalità. Ormai poverissimo, nonostante le tante migliaia di libri venduti, Lev, alias Essad Bey, contrae una rara malattia incurabile che lo porta a morire nel 1942 fra atroci sofferenze.
Ma Kurban Said? Qui sta un altro enigma, un’altra storia nella storia.
Kurban Said è l’autore di uno splendido libro, Ali e Nino – ora tradotto come Ali e Nina – un po’ banalmente definito “Giulietta e Romeo dell’oriente”. E’ una bellissima storia d’amore, non solo fra due persone, ma anche di un uomo per la sua terra, quell’Azerbaijan in cui è nato Lev.
Ali discende da un’antica famiglia persiana, è musulmano sciita mentre Nino è georgiana, di fede cristiana. Ma non sarà tanto la differenza di religione a complicare questa bellissima storia, quanto i tempi in repentino cambiamento, la violenza, la guerra. Racconta Ali del suo viaggio in Persia, nella terra dei poeti e degli harem, una Persia ferma appunto al tempo delle Mille e una notte. Del suo soggiorno nell’ospitalissima Georgia, di un semplice villaggio in Daghestan, dove lui e Nino hanno vissuto i momenti più sereni del loro amore, lontani da lussi e comodità.
Ali e Nino è una dichiarazione d’amore per questa città, per il deserto, per questa civiltà che sta scomparendo.
Perché Lev ha pubblicato questo libro col nome di Kurban Said? Perché sulla copia che ho in mano leggo che i diritti vanno a Leele Ehrenfels e non si parla minimamente dell’autore?
La storia è complicata, ma Tom Reiss, il paziente e determinato biografo di Lev, alias Essad Bey, alias Kurban Said, ritiene e dimostra che Lev non potendo più pubblicare in Germania, a causa delle leggi razziali, ha utilizzato questo nome anche per poter incassare i diritti grazie al tramite di una certa Baronessa Ehrenfels.
Storia nella storia, quindi, meglio di un romanzo poliziesco. Scontro di culture, di tempi.
Personaggi sofferti e anacronistici. Storia, tanta storia.
Due libri, uno a complemento dell’altro.
La biografia, l’accurata ricerca storica, la miniera di informazioni e notizie difficilmente reperibili altrove, ne “L’Orientalista” di Tom Reiss.
La poesia, il dramma, il sentimento, le descrizioni di luoghi e atmosfere in cui ritroviamo tanti nomi e luoghi di triste attualità, in “Ali e Nina” di Kurban Said.
Anna Carbich
Tom Reiss
L' orientalista. L'ebreo che volle essere un principe musulmano
Garzanti Libri 2006. Collana: Saggi.
Pagine 517
Kurban Said
Ali e Nina
Casa editrice il Saggiatore, ottobre 2000.
Collana: Scritture
Pagine 288