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Attualità | Interviste
 09/03/2010
Kathryn Bigelow, una donna da Oscar
8 marzo 2010, 6 oscar tra i quali quello per la migliore regia
Maria De Falco Marotta & Team

Sicché Kathryn ce l’ha fatta. Per la prima volta nella storia degli Oscar la famosa statuetta è stata assegnata ad un a donna e proprio in un giorno in cui si commemora l’inutile e malvagia strage di quelle operaie dell’opificio a New York nel 1911 in cui morirono 146 ragazze (principalmente immigrate ed ebree), che venivano chiuse a chiave durante il lavoro, con la sucsa di temere dei furti o delle pause troppo lunghe.

 

Brava Kathryn che già dal film che portasti a Venezia (un po’ sei veneziana, qui sei stata lanciata ed amata subito) Strange Days di cui ho sempre conservato gelosamente la maglietta che ci fu data e che io ho custodito testardamente per tutti questi anni (in genere distribuisco subito i gadget della Mostra) perché sentivo che una come te prima o poi sarebbe arrivata “lontano”. Era il 1995 ed era la 52. ma Mostra del cinema di Venezia.

 

Sono trascorsi parecchi anni e le tecnologie hanno reso più angosciante la realtà. Tu sei tornata, sempre più agguerrita con altri film, ma l’ultimo  Hurt Locker in concorso nella 65. ma Mostra, ci ha lasciati senza parole.

 

Diciamo subito che non amiamo affatto i film di guerra, ma il tuo era così crudele e così particolare sui ragazzi che in Iran “sminano” gli ordigni assassini che- nostro malgrado- l’abbiamo visto fine all’ultima scena. Con tanto amaro in bocca e con tante domande sulla tua regia. Ci chiedevamo come si potesse combinare la tua forma così femminile e dolce con la tua capacità intellettuale, la tua tenuta di lavoro “maschile”. Di fatto, siamo rimasti senza fiato e ci siamo domandati – per tentare di capire-  da dove attingevi quella forza, così dura, così essenziale per narrare una storia così terribile e brutale. Una volta tanto, possiamo smentire gli stereotipi senza tema di essere fraintesi. Tu sei una donna, con un mix di qualità maschili, che dimostra di saper fare gli stessi mestieri degli uomini, senza perdere niente della tua femminilità. Sei l’altro, completo ma diverso, quello che proprio oggi bisogna affermare. Senza grida, senza pianti, senza rincorrere ai soliti “sostegni maschili”. Sei il modello da seguire. Non solo nel cinema.

 

Il film: The Hurt Locker

Titolo originale: The Hurt Locker

Nazione: U.S.A.

Anno: 2008

Genere: Drammatico, Thriller

Durata: 127'

Regia:   Kathryn Bigelow

Sito italiano: www.videa-cde.it/thehurtlocker

Cast: Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse, Jeremy Renner, Christian Camargo, Brian Geraghty, Sam Redford, Kate Mines

Produzione: First Light Production, Kingsgate Films

Distribuzione: Videa CDE, Warner Bros. Pictures

Data di uscita: Venezia 2008 (il 10 ottobre 2008 nei cinema)

Vincitore Oscar 2010

 

Trama:

Dopo anni di permanenza in Iraq, un numero sconsiderato di vittime e un conflitto che ha creato mille polemiche, sembra che l’attenzione su quella parte del mondo vada via via scemando. Il film "The Hurt Locker", in concorso alla 65ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ci riporta a quei deserti e quelle località martoriate, per vedere l’uomo oltre il soldato.

 

La pellicola, diretta dalla regista Kathryn Bigelow ("K-19", "Point Break – Punto di Rottura") è tratta dalle dirette esperienze del giornalista e sceneggiatore Mark Boal, che ha documentato molti dei suoi giorni in Iraq in un reportage da cui si è ispirato anche il regista Paul Haggis per il suo "Nella valle di Elah".

 

"The Hurt Locker" osserva da vicino un gruppo di soldati americani appartenenti all’unità speciale che si occupa di disinnescare bombe e ordigni esplosivi. Un compito di per se già abbastanza pericoloso, ma che svolto nel bel mezzo di un conflitto diventa una vera partita con la morte.

 

Dopo la morte del suo predecessore, il sergente William James, (Jeremy Renner, "28 Settimane Dopo", "L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford") prende il comando dell’unità, e subito si fa conoscere dai suoi sottoposti, il sergente JT Sanborn, (Anthony Macie, "8 Mile", "Million Dollar Baby") e lo specialista Owen Eldridge, (Brian Geraghty, "Bobby", "Jarhead"), per il suo fare incosciente, come se ridesse in faccia alla morte ogni volta che se la trova davanti, col rischio però di mettere in pericolo anche i suoi compagni.

 

La giornata e le occupazioni di questi uomini sono guardati in maniera quasi visionaria, perché si cerca di avvicinare lo spettatore ad un punto di vista sulla guerra a lui spesso estraneo. In quest’epoca dove i soldati partono per il fronte volontariamente, sembra quasi impossibile, infatti, che ci sia qualcuno che ancora è disposto a rischiare così tanto, anche solo per patriottismo. Ma il fatto è che la guerra entra talmente tanto nella mente e nel cuore di questi uomini, che a volte sembra che sia l’unica cosa che sappiano fare. Eppure, come si evince da questo film, i conflitti interiori sono molteplici. Ogni azione violenta rivolta verso un nemico, è una questione di vita o di morte, ma è sempre una libera scelta. Riuscire a distinguere tra paura e pericolo reale non è facile, e il rischio di sparare ad un’innocente è elevato. Così come terrorizzante dev’essere disinnescare una bomba col solo ausilio di un paio di pinze, sotto i mirini dei cecchini, e con la consapevolezza che ogni respiro potrebbe ridurre in mille pezzi un soldato. Alla fine si finisce col non pensare e col prendere gli eventi di petto, e sperare solo che l’avventura si concluda al meglio.

 

La regista descrive egregiamente tale sensazione, e sembra quasi che i protagonisti abbiano assunto una dura corazza che li fa sembrare di pietra. Ma il lato umano non è andato completamente perduto, al contrario è li pronto ad esplodere da un momento all’altro. Alla fine sembra sia solo l’adrenalina a farli andare avanti, e spesso è proprio la ricerca di quell’adrenalina che li fa tornare al fronte anche dopo finito il periodo di servizio. Come se fosse una necessità.

La pellicola è agghiacciante e strutturata in modo quasi documentaristico. Non pretende di dare risposte, o di giudicare, ma solo di analizzare  e di osservare a fondo un mondo che sembra sempre lontano, indecifrabile, assolutamente incomprensibile. Ma gli americani che hanno inviato questi giovani votati alla morte in una terra estranea alla loro cultura, hanno compreso appieno il dolore e la disperazione delle loro madri e dei loro parenti, tanto che i giurati dell’Oscar, si sono talmente compenetrati da ritenere il film degno del massimo premio e per di più assegnandolo ad una donna che ha diretto la troupe con mano durissima. Bravissima Katryn, anche i giurati di Venezia ti avrebbero dovuto premiare. Ma si sa…

 

Domande & Risposte (4 settembre 2008)



Kathryn, cosa rende i suoi personaggi così straordinariamente unici e, in questo caso, qual è la loro psicologia dominante?

Quello che ha reso questo film così particolare e unico è il fatto di aver potuto beneficiare di osservazioni di primissima mano, che sono il risultato del lavoro di Mark, che ha lavorato come "giornalista al seguito" delle truppe in Iraq. Li ha seguiti quotidianamente in missione, ha potuto quindi vivere sulla propria pelle, in prima persona, quello che queste persone fanno e questo ha dato l’aspetto di autenticità, di veridicità alla pellicola, che la rendono sicuramente diversa da tutte le altre. Per quanto riguarda la psicologia di queste persone, devo dire che è stata descritta molto bene da Chris Edgar, vincitore del Premio Pulitzer e giornalista del New York Times. Difatti, la citazione che troviamo all'inizio del film, proprio all'apertura e che dice che "la furia della battaglia provoca dipendenza totale perché la guerra è una droga" è tratta proprio da un suo libro. È importante perché ci spiega le motivazioni, la spinta di queste persone, un esercito fatto da volontari, in quanto in America non esiste più la leva obbligatoria, che rende tale guerra molto diversa da quella del Vietnam, perché sono individui che si offrono, che chiedono di partire. C'è una psicologia molto diversa di questi soldati rispetto agli altri.


Sono passati 6 anni dal suo ultimo lungometraggio, K-19 The Widowmaker, che tra l'altro fu presentato proprio qui a Venezia: quali sono state le motivazioni per mettersi di nuovo dietro la macchina da presa?

 

Devo dire che in questi anni è stato estremamente difficile trovare del materiale che mi potesse stimolare e interessare a tal punto da iniziare un nuovo progetto. Il rientro di Mark, che io conosco da tempo, ha fatto sì che io a venissi a conoscenze di tutte queste storie, queste psicologie così importanti, di questi uomini, che a mio parere svolgono il mestiere più pericoloso al mondo, e che decidono loro, volontariamente, di andarlo a fare, mi ha così interessato, che ho subito pensato valesse la pena farci un film, e così ho fatto. L'altra motivazione è stata l'attualità, fondamentale per me, anche perché oggi, come non mai, mi sento molto attirata, molto coinvolta, da tutti quei temi quotidiani, e che rappresentano insieme alla visceralità di questo film, una tela sulla quale mi piace lavorare e costruire.


Nel film lo sguardo è rivolto verso questi soldati, però parla anche dei mercenari, del mondo arabo che vediamo fa da sfondo, quindi mi chiedo quanto è stato difficile affrontare un lavoro del genere?

 

Innanzitutto devo dire che mi sono trovata di fronte ad una sceneggiatura straordinaria e questo mi ha dato l'opportunità di arrivare all'obiettivo che mi ero posta, e che magnificamente il lavoro di Mark aveva già centrato. Disponendo di questo materiale, così ricco, così ben strutturato, mi ha dato la possibilità di "aggirare" eventuali difficoltà e pericoli, mantenendo però il film estremamente attuale e ricco d'energia. È stato a questa favolosa sceneggiatura se sono riuscita a costruire qualcosa di così importante.


E’ estremamente difficile argomentare con la verità, quindi l'unica cosa che bisognerebbe fare è mostrare quello che vedi.

Come avete lavorato sull'elemento della tensione, in molti film tendiamo a sapere già quello che succede, mentre qui siamo di fronte all'imprevedibile, cosa potete dire al riguardo, è stato difficile?

 

Era tutto organizzato, non abbiamo dovuto inventarci nulla. E comunque gran parte del lavoro era stato fatto prima, quando c'eravamo incontrati per discutere dei dettagli tecnici, quello sì è stato il nostro contributo più significativo. Per il resto abbiamo solo seguito un percorso già aperto.


Avete mai avuto paura a girare in Giordania?

 

La Giordania è molto "americanizzata", a tal punto che i giovani al di sotto dei 20 - 25 anni lo chiamano 51° stato. Non abbiamo sentito la nostra vita in pericolo.

Oltre ai noti Ralph Fiennes e Guy Pearce, perchè ha scelto di puntare su attori giovanissimi?

 

Mi piaceva l'idea di lavorare con volti nuovi, freschi, ma poi perché sono attori dal grandissimo talento, completi, anche se relativamente sconosciuti nel mondo del cinema. Il mio interesse era quello di non avere un pubblico che viene a vedere un film, solo perché ci sono dei volti noti e che in un certo senso, portando quel bagaglio d'esperienza avrebbero potuto scalfire l'autenticità, il realismo, che invece volevo mettere in questa pellicola.

 

 

Inoltre, dobbiamo aggiungere che oltre ad essere la prima donna a conquistare l'Oscar per la regia di The Hurt Locker, ad esso sono stati assegnati altri cinque premi: miglior film, miglior montaggio, miglior suono, migliore sceneggiatura originale e miglior montaggio sonoro. Insomma e non è male che agli Oscar "The Hurt Locker" batte Avatar 6 a 3.

Chi è

 

Kathryn Ann Bigelow nasce a San Carlos, in California, nel 1951.

 

Dopo il liceo l'amore per l'arte la porta ad iscriversi al San Francisco Art Institute e successivamente, grazie ad una borsa di studio, all'Independent Study Program del Whitney Museum di New York - città determinante per il passaggio dalla pittura al cinema. Nella Grande Mela, infatti, il contatto con il gruppo culturale "Art & Language" e personalità come Richard Serra e Susan Sontag si rivela fondamentale, ma sarà in particolare l'artista Vito Acconci il primo a spingerla verso la regia.

 

Realizzato nel 1979, il cortometraggio d'esordio, Set-up, viene presentato ed accolto positivamente in molti festival e rassegne artistiche. Al successo di questo primo lavoro seguono anni di numerose esperienze: dagli studi alla Columbia University, dove la Bigelow segue, tra gli altri, il corso di Milos Forman, alla collaborazione con la rivista di semiotica "Semiotexte".

Nel 1982 gira il suo primo lungometraggio, The Loveless, che vede nei panni di protagonista un esordiente Willem Dafoe, mentre l'anno successivo uscirà dai circuiti indipendenti per cominciare la sua collaborazione come sceneggiatrice alla Universal.

 

Il secondo lungometraggio, Near Dark - Il buio si avvicina (1987), è un'affascinante rielaborazione, tra scenari western e ritmi da action movie, del tema dei vampiri; il film viene accolto positivamente e addirittura inserito nella collezione permanete del MOMA di New York. Tuttavia, il suo successo non consente alla regista di portare immediatamente avanti il nuovo progetto; il soggetto piace ai produttori, ma non convince l'idea di un thriller con una protagonista femminile nei panni di un poliziotto (poi interpretato da una magnifica Jamie Lee Curtis), per questa ragione Blue Steel verrà realizzato solo nel 1990 grazie all'interessamento e al contributo di Oliver Stone.


Point break, Punto di rottura (1991), film ormai di culto, che evidenzia perfettamente le capacità stilistiche della Bigelow, determina la definitiva affermazione della regista al grande pubblico, e segna anche l'inizio della collaborazione col marito James Cameron, sceneggiatore del film successivo, il noir fantascientifico Strange days, che richiederà alla coppia ben quattro anni di lavorazione.


Finito il matrimonio con Cameron e falliti i progetti per Company Of Angels, un film dedicato alla storia di Giovanna D'Arco che verrà poi realizzato da Luc Besson nel '99, seguono cinque anni di silenzio prima dell'uscita di Il mistero dell'acqua, ottimo thriller interpretato da Catherine McCormack, Sarah Polley e Sean Penn. Uno dei suoi titoli migliori è purtroppo seguito da quello che è senza dubbio il film meno riuscito della Bigelow, K-19, che si distingue tra l' altro per una pessima distribuzione nelle sale italiane, tagliato (ma solo in alcune città) di oltre 20 minuti. Quest'ultima pellicola, ambientata negli anni della guerra fredda all'interno di un sottomarino russo, è tratta da una storia vera e risente, soprattutto, del peso di una produzione evidentemente opprimente per le potenzialità dello stile della regista. Rimane per un lungo periodo lontano dalla regia e poi arriva The Hurt Locker, Oscar 2010.



Maria De Falco Marotta & Team

 



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