Non ho tra le mani alcun verbale di intercettazioni telefoniche e ciò mi conforta, nel senso che mi tranquillizza sul fatto che quello che scrivo non espone il mio editore a sanzioni pecuniarie tanto pesanti da gettarlo sul lastrico. Ma è quello che sostanzialmente avverrà allorché sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge di iniziativa parlamentare in materia di intercettazioni telefoniche. Potrei suggerire al mio editore di mettersi al riparo registrando il sito e la pubblicazione altrove (che so, in Canada o all’Isola di Reunion). In realtà, è sin troppo chiaro che il bavaglio viene applicato alla carta stampata, e più precisamente alla carta stampata nazionale, ed è così agevole aggirare il divieto relativo alla pubblicazione di intercettazioni telefoniche, da alimentare la convinzione che non sia questa la preoccupazione più rilevante dell’attuale legislatore. Del resto, la facilità di accesso alle fonti informative si è ampliata a dismisura con l’avvento di internet e, nondimeno, in Italia ne fruisce un percentuale irrisoria della popolazione, o almeno così si deve ritenere, visto che un’elevata percentuale degli italiani, in genere, appare alquanto disinformata e più che di notizie si nutre di suggestioni. Ma l’approfondimento sembra essere materia per specialisti o per puntigliosi. Traendo spunto da mere suggestioni, e non già da dati di fatto, molti penseranno che il disegno di legge sulle intercettazioni licenziato dalla Commissione Giustizia della Camera sia stato edulcorato sufficientemente e che, alla fine, sia stato trasfuso in un testo tutto sommato accettabile. Non è così e gli addetti ai lavori lo sanno benissimo. Ciò che inquieta di più di questa legge è il freno che viene irragionevolmente posto alle indagini giudiziarie relative a crimini di rilevante entità e di elevato allarme sociale, ove l’esigenza di tutela della privacy costituisce una sempre più evidente foglia di fico.
Preoccupa soprattutto l’abrogazione dell’art. 13 della legge 13 maggio 1991 n. 152, meglio nota come legge Falcone. All’epoca era in carica il VII governo Andreotti e ministro di grazia e giustizia (allora si chiamava così) era il socialista Claudio Martelli. Fu proprio il magistrato siciliano, che un anno dopo sarebbe stato ucciso nella strage di Capaci, ad ispirare la norma che all’epoca venne addirittura inserita in un decreto legge (avente, quindi, le caratteristiche di indifferibilità e urgenza), contenente sin nell’intitolazione “provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata”.
Qualche altro riferimento storico è opportuno. Nel decennio precedente, il pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino aveva individuato, anche grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta, l’esistenza di una cupola, ossia di una struttura piramidale dell’organizzazione mafiosa, al cui vertice sedevano i capi mandamento, individuati secondo una spartizione territoriale delle zone d’influenza.
L’art. 13 della legge Falcone derogava alle norme ordinarie del codice di procedura penale in tema di intercettazioni telefoniche, disponendo che se l’intercettazione era necessaria per “lo svolgimento delle indagini in relazione ad un delitto di criminalità organizzata o di minaccia col mezzo del telefono” l’autorizzazione a disporla doveva essere concessa in presenza di sufficienti indizi di reato, mentre negli alti casi il requisito richiesto era quello dei gravi indizi (art. 267 c.p.p.).
La norma consentiva altresì l’intercettazione ambientale delle comunicazioni tra presenti anche nel domicilio privato di uno di essi e anche qualora non vi fosse motivo di ritenere che nei luoghi predetti si stesse svolgendo l’attività criminosa. Nel linguaggio tecnico della norma, questo significava che gli investigatori potevano piazzare una cimice persino in un’abitazione privata ove ritenevano, ad esempio, che ivi dovesse svolgersi un summit mafioso. Le riunioni della cupola potevano anche essere formalmente dedicate ad uno scopo conviviale, e quindi di per sé privo di rilevanza penale. Nondimeno, poteva essere opportuno tenerle d’occhio perché, tra una portata e l’altra, qualche capo mandamento avrebbe potuto alludere a qualche estorsione o illustrare i piani di un futuro attentato o discutere le strategie per accaparrarsi qualche lucroso pubblico appalto.
E’ notizia di cronaca recentissima. A Paderno Dugnano, nell’hinterland milanese, in un centro per anziani intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si riunisce un vertice della ‘ndrangheta calabrese. Il locale è di proprietà del comune. Attorno a un tavolo disposto a ferro di cavallo siedono 22 uomini delle ‘ndrine lombarde. L’atmosfera è conviviale ed è in corso una cena. Pastasciutta, ‘nduia e olive calabresi il menù. Una foto sulla parete ritrae i due storici magistrati che parlano tra loro ridendo, A un certo punto, tutti alzano la mano e designano il loro “mastro generale” per la Lombardia nella persona di Pasquale Zappia, con tanto di brindisi finale. Il quotidiano La Repubblica la definisce “una scena degna del film Il Padrino, ma senza smoking, una versione con abiti casual in stile provincia milanese”. Ma i carabinieri hanno piazzato una microspia. Se ne ottiene un video, visibile su Youtube, che fa il giro del mondo e costituisce l’ultimo tassello che rivela la profonda penetrazione dei clan calabresi in quello che viene ritenuto il cuore finanziario di un’intera nazione. Sullo sfondo, l’Expo 2015 che si svolgerà a Milano. In seguito, una maxi-retata porta a centinaia di arresti.
La notizia risale appena al 13 luglio scorso. Meno di dieci giorni dopo viene licenziato un disegno di legge che, in pratica, impedisce, anche per i reati connessi alle organizzazioni criminali di stampo mafioso, intercettazioni ambientali di questo genere. Per disporle, saranno necessari “gravi indizi di reato”. Un limitazione in più per gli inquirenti, un indubbio vantaggio per le cosche. Certo è che la cena di Paderno Dugnano probabilmente non sarebbe mai stata scoperta, se la legge fosse già stata in vigore.
Tutto ciò avviene in un momento in cui emergono particolari sempre più inquietanti sull’attività sotterranea delle varie mafie, che oramai hanno invasivamente penetrato i gangli vitali dell’economia nazionale, possono corromperla e possono dominarla. Su Repubblica di oggi, un’inchiesta rende conto del fatto che, a Roma e Milano, un ristorante su cinque è in mano a boss mafiosi. Vi è compreso il mitico Cafe de Paris di Via Veneto, il locale della dolce vita felliniana.
Quale sarebbe allora l’urgenza di metter mano a una legge che demolisce un’architettura legislativa faticosamente raggiunta, limitando gli strumenti investigativi e depotenziando significativamente l’azione di contrasto di organizzazioni criminali sempre più minacciose? Forse, rispetto il 1991, quando Andreotti e Martelli tradussero in norma dello stato le intuizioni di Giovanni Falcone, quelle organizzazioni sono state neutralizzate e sconfitte? Che cosa ha a che vedere la privacy con gli strumenti investigativi della magistratura inquirente? Gli imprenditori del nord, quelli sani, non hanno nulla da dire? Credono forse al prefetto di Milano che in commissione antimafia ha solennemente affermato che nel capoluogo lombardo la mafia non esiste (smentito clamorosamente un attimo dopo)? Il partito politico parasecessionista (o federalista che dir si voglia) che appoggia il governo e voterà questa legge è convinto di tutelare gli interessi di chi lo ha votato? Il suo leader che ha detto “la gente non vuol essere ascoltata e noi stiamo con la gente” è convinto che proprio questa sia la principale preoccupazione della sua gente? I parlamentari della maggioranza e il Presidente della Camera che hanno combattuto contro questa legge, sono sicuri di aver firmato alla fine un armistizio onorevole? E (domanda delle cento pistole) in Italia esiste un’opposizione energica in grado di opporsi con qualche costrutto?
Adriano Abate