Fabrizio Valenza si racconta

Cultura | Terza Pagina
Fabrizio Valenza si racconta
Lo scrittore di Verona svela i fondamenti della sua vena artistica e dei suoi romanzi fantasy

di Giuseppe Di Tullio

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Fabrizio Valenza è nato a Verona nel 1972 ed è laureato in Filosofia presso l’Università della sua città, e in Scienze Religiose presso l’Istituto Teologico San Pietro Martire. Insegna Religione Cattolica nella scuola dell’infanzia. Avido lettore sin da giovanissimo e precoce nel mostrare una spiccata attitudine alla scrittura, ha esordito nel mondo della letteratura con il fantasy Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, primo volume della saga Storia di Geshwa Olers, edito nel novembre 2008 da L’Età dell’Acquario. È stata recentemente pubblicata, lo scorso dicembre, su feedbooks.com, la prima parte de Il sole sulle bianche torri, settimo e ultimo volume del ciclo. Dato che, nella sua concezione letteraria, i generi non costituiscono un limite ma l’opportunità per raccontare storie di vita vissuta, Valenza ha dato alla luce nel 2009 il romance La ragazza della tempesta (Domino Edizioni) e nel 2011 l’horror Commento d’autore (Linee Infinite), primo romanzo ambientato nella immaginaria cittadina di Verulengo, in provincia di Verona, dove prenderà vita una nuova serie di sette romanzi brevi, Le sette case, pubblicata da Editrice GDS. Il primo di essi, La porta sbagliata, è uscito nel gennaio del 2012 e l'ultimo, Intervista, nel 2013. Sempre nell’ambito del genere horror, al 2014 risale il noir Codice infranto, stampato per i tipi Dunwich Edizioni. Ha pubblicato anche svariati racconti in alcune antologie. Inoltre è stato per un breve periodo Direttore Editoriale della rivista online Fantasy Planet, carica alla quale ha in seguito rinunciato per potersi dedicare interamente alla sua attività di scrittore. L’intervista che segue intende scandagliare la personalità dell’autore Fabrizio Valenza. Abbiamo cercato di approfondire la conoscenza del suo talento letterario e di individuare le sorgenti della sua ispirazione, nonché di mettere in luce i temi, l’immaginario, i valori di cui è permeata la Storia di Geshwa Olers, la saga in virtù della quale Valenza può essere annoverato tra i pionieri del fantasy mediterraneo.

 

Fabrizio, quando hai conosciuto la letteratura fantasy? Qual è il primo romanzo fantasy che hai letto?

 

Non vorrei sbagliarmi, ma credo sia stato Il Signore degli Anelli di Tolkien. Il suo grande romanzo mi parve difficile e pesante. La prima volta che ne tentai la lettura risale a quando avevo 12 o 13 anni. Ricordo, però, che lo rilessi a 16 anni, quando l'avventura iniziava ad assumere nella mia esistenza e nella mia fantasia un posto in prima fila, e che mi ci appassionai così tanto da rileggerlo almeno una volta all'anno, per gustarne e riassaporarne aspetti e particolari la cui fruizione mutava ogni volta. Subito dopo passai a Lo Hobbit, che è tuttora il romanzo fantasy di Tolkien che preferisco. Poi mi allargai alla serie di Shannara, di Terry Brooks, grande debitore di Tolkien ma anche l'unico in grado di offrire una saga soddisfacente sotto l'approccio umano dei protagonisti. Da lì passai ad altre serie considerate minori, come quella delle Dragonlance (di M. Weis e T. Hickman), che però soddisfacevano appieno il desiderio di avventura e di immaginazione di un diciottenne.

 

Come e quando hai scoperto di avere il talento dello scrittore?

 

Talento è parola difficile. Credo che prima si scopra il desiderio e la bellezza dello scrivere, in senso molto pragmatico e utilitario. Tra i 10 e i 12 anni scrissi l'impossibile e struggente storia d'amore tra un carcerato e una donna che viveva fuori. Me la ricordo come la mia prima vera esperienza di scrittura, per quanto fosse sicuramente acerba e immatura sotto l'aspetto linguistico. Poi passai alla poesia: ne riempivo quaderni interi, imitando tutti gli stili che studiavo tra le Medie e le Superiori. Quando arrivai a quindici anni, però, distrussi quei quaderni (con mio attuale grande rammarico) e nessuna poesia sopravvisse. Immagino che compresi – in modo nascosto, implicito, non consapevole – come una fase si fosse conclusa e che dovessi accedere a un ulteriore passaggio, basato sull'imitazione dei romanzi d'avventura che leggevo, principalmente quelli di Salgari. Poi, appunto, arrivò il fantasy, ma anche Michael Crichton. Dopo un primo romanzo che scrissi attorno ai 15 o 16 anni, costruito sull'imitazione dello Hobbit e che raccontava il viaggio di un gruppo di eroi in un mondo totalmente inventato (e che poi, forse, bruciai), le mie sperimentazioni successive furono ispirate ai grandi romanzi di Crichton. Quell'autore (che abbiamo perduto troppo presto) è stato capace di unire la ricerca scientifica alla riflessione filosofica e sociologica: un modo di approfondire la realtà che mi affascinava molto. Solo così posso spiegare la scrittura di romanzi che tentavano di unire la mia personale ricerca religiosa con la scienza. Testi scritti nel primo periodo universitario, che facevo leggere ai miei amici (che possedevano i grandi doni della pazienza e della sopportazione, ma che condividevano con me la passione per la lettura e la scrittura) e che, per esempio, univano pseudo-dimostrazioni scientifiche dell'esistenza di sconosciute civiltà pre-storiche (c'era anche lo zampino di Peter Kolosimo) a pseudo-rinvenimenti di prove certe dell'esistenza di Cristo e del suo passaggio sulla Terra. O, ancora, la scoperta del linguaggio usato da Dio per creare l'universo e la creazione di edifici perfetti, capaci di svettare come i moderni grattacieli di Abu Dhabi.

Tutto questo, però, non era talento. Era il tentativo di costruire un mestiere, di concretizzare un sogno che aveva preso a pulsare dentro me ormai da alcuni anni. Arrivò anche la scoperta del talento (lo dico senza falsa modestia), e avvenne quando mi accinsi a scrivere Storia di Geshwa Olers, il mio lungo romanzo fantasy in sette volumi. Quando mi accinsi a scrivere le prime pagine, nelle quali un maghetto di nome Nargolìan Asergnac andava a trovare un vecchio amico d'infanzia, un certo Geshwa Olers, appena ritiratosi dall'esercito, compresi subito che si trattava di una storia differente. Forse perché raccontava della mia vita di amicizie e di spiritualità, o forse perché era avvenuto in me un passaggio esistenziale importante (mi ero determinato per l'ingresso in convento, presso i Francescani, atto finale di una vocazione religiosa che sentivo dall'età di 17 anni): quello fu il primo momento in cui compresi che quella storia avrebbe trovato il suo successo e che qualcosa di assimilabile al talento si muoveva davvero dentro me.

 

Puoi spiegare la genesi dei tuoi romanzi? Che cosa succede nel momento in cui si accende la lampadina dell’ispirazione? Come si sedimenta nella tua immaginazione la trama di un romanzo?

 

Si tratta di un processo di non facile esplicazione. Me l'hanno chiesto più volte, e forse ogni volta ho dato una risposta diversa. Però posso dire che, a livello generale, di solito c'è un'idea che torna a ripresentarsi nella mente e che si evidenzia, solitamente, in una domanda. Per esempio, il romanzo che sto elaborando da qualche anno a questa parte ma del quale non ho ancora scritto una sola parola è: cosa accadrebbe se si scoprisse che la scienza è la grande finzione dell'umanità, mentre mondo soprannaturale, superstizione e filosofia sono le grandi certezze fornite di prove? E se qualcuno avesse ordito attraverso i secoli un sistema per far credere il contrario?

Ecco, un'idea simile continua a ripresentarsi, segnale che c'è una tematica che pretende di avere il suo posto tra i miei scritti. Infatti, il passaggio successivo è capire quale questa tematica sia. Una volta compreso questo, posso provare a immaginare una trama di massima, cioè da dove parta la storia e dove voglia andare a parare. Da questo punto in poi le strade possono diversificarsi, a seconda delle caratteristiche del romanzo.

Ci sono romanzi che nascono seguendo le vicende del protagonista, e che perciò mi sorprendono pagina dopo pagina nella loro evoluzione, romanzi che non posso certo pianificare a tavolino (sono la maggior parte), e ci sono romanzi che invece devo pianificare con attenzione, per non cadere in contraddizione, come per esempio il mio lungo fantasy.

 

Perché inoltrarsi in quella che tu hai definito “narrativa fantastica di ambientazione mediterranea”, quando uno scrittore ha a sua disposizione il tradizionale e collaudato repertorio mitologico del fantasy nordico?

 

Il tradizionale e collaudato repertorio mitologico del fantasy nordico è talmente collaudato, da rischiare di divenire perfino nostra tradizione narrativa. Sto scherzando, ovviamente. Il problema principale è che io sono Italiano, nato a Verona e di origini siciliane. Per questo motivo, ho sempre cercato le mie radici, tentando di ricostruirle (o di costruirle tout court) a partire da quanto vivo. È stato più che naturale far riferimento a un immaginario nostrano. A livello artistico e personale mi sono formato in riferimento alla grande arte italiana, visiva, letteraria e paesaggistica. Del tutto innaturale sarebbe stato rifarmi alla collaudata fantasia nordica. Potrei fare anche un poco di polemica, sostenendo che tra i nostri autori di fantasy non vi è preparazione culturale sufficientemente approfondita da aiutarli a non considerare la mitologia nordica come l'unica mitologia possibile di riferimento, ma preferisco evitare. Sappiamo tutti qual è la condizione culturale italiana.

 

Nella tua scrittura prendono vita orchi, fade, gnomi, anguane, folletti, creature presenti nelle leggende mediterranee e in particolar modo italiane. Da quali fonti hai attinto gli elementi necessari per dar forma a tali creature?

 

Ho fatto ricerche personali sulle leggende della mia zona, Verona e la Lessinia. Scoprendo che le grotte e i boschi delle mie terre sono colme di storie di creature magiche e mitologiche, non ho saputo resistere e sono andato alla ricerca di simili storie. Si tratta di cercare documenti, più o meno datati, oppure di recuperare tradizioni spesso solo orali. Uno di questi esempi è nella filastrocca dell'anguana Seralda, che ho usato nel IV volume di Storia di Geshwa Olers e che, per la prima volta, ho tradotto in italiano, essendo l'originale in dialetto veronese. Altre leggende fanno riferimento a documenti della Chiesa veronese, come quello che narra di come il Cardinal Borromeo si fermasse di fronte al Covolo di Camposilvano per rinchiudervi, tramite una Messa, tutte le creature “demoniache” che infastidivano la Lessinia. Oppure, ancora, i due santi del Monte Baldo, Benigno e Caro, eremiti che vivevano tra l'VIII e il IX secolo nella zona di Malcesine, in una grotta, e che sono divenuti i due uomini del Monte Shångil, recuperando così anche le storie intrise di cristianesimo, che segretamente attraversa tutto il mio romanzo fantasy.

Il passo, poi, è stato breve per arrivare a utilizzare molte altre fonti, relative all'intera cultura italiana, soprattutto del passaggio tra Medioevo e Rinascimento: i testi alchemici e magici, le favole del Seicento di Basile, la vita di personaggi realmente esistiti e da me trasformati in personaggi da romanzo con nome fittizio, o ancora, archetipi junghiani utilizzati narrativamente (i due guerrieri gemelli, il rapporto tra Padre e Figlio, le varie “raffigurazioni” del rapporto tra Geshwa e le donne, spesso viste come “variabili” psicologiche della madre). Infine, il leggendario da me utilizzato ha compreso alcune leggende israeliane, la mitologia greco-romana, gli studi linguistici relativi alla lingua indoeuropea e il leggendario tipico dell'Egitto pre-storico.

 

Il protagonista della tua saga, Geshwa Olers, mostra fin dall’inizio una repulsione spontanea, quasi viscerale nei confronti della magia. A che cosa è dovuto questo rovesciamento di un topos così radicato nel genere fantastico, che solitamente propone l’arte magica in una luce positiva?

 

Si tratta di un approccio che mi è venuto del tutto naturale, in modo quasi irriflesso. Molto probabilmente è legato alla (mia, ma non solo) concezione della magia come esercizio di potere sul mondo creato, assimilabile a quello esercitato dalla tecnologia. In effetti, la magia in Storia di Geshwa Olers è del tutto simile alla nostra tecnologia.

Credo che il passaggio definitivo verso questa modalità di presentazione dell'arte magica sia stato veicolato da un saggio che studiai ai tempi in cui ero iscritto alla Facoltà di Lettere, a Verona. Riguardava lo sviluppo tecnologico dell'Impero Romano, molto elevato, tuttavia mancante di una vera e propria teorizzazione che, se presente, avrebbe permesso alla nostra civiltà di vivere un salto nel futuro forse di mille anni. A impedire un simile sviluppo fu l'utilizzo della forza lavoro degli schiavi: a cosa serviva sviluppare una riflessione ulteriore su modalità più efficaci di produrre energia per il lavoro dal momento che l'Impero aveva a disposizione milioni di schiavi? Furono quei milioni di schiavi a far sì che gli esseri umani di duemila anni fa potessero cercare la via più semplice. Ecco, questa via semplice è, in Storia di Geshwa Olers, la magia.

La magia venne creata nel mio romanzo dal Primo Vile, Rolalion, chiamato anche Onofererne (o Asshar, nel suo ultimo “travestimento”), allo scopo di semplificare la vita propria e quella degli altri Esseri Umani, che egli credeva creati da Eus (Dio) inferiori ad altre creature, quali gli Elfi. Per invidia, perciò, Onofererne creò la magia, ma per giustificarla e renderla accettabile, trovò l'escamotage di renderla utile e utilizzabile da chiunque. In questo modo la magia si diffuse alla stregua della tecnologia nel nostro mondo. Tuttavia, come è utile per noi chiederci fino a che punto sia lecito affidarci alla tecnologia, ugualmente è necessario per gli abitanti del mondo in Storia di Geshwa Olers interrogarsi circa la liceità dell'utilizzo della magia.

Forse, il rifiuto naturale di Geshwa nel romanzo è legato a una visione del mondo più “naturale” e, per certi versi, reazionaria, posizione ereditata senz'ombra di dubbio dai suoi genitori.

 

Il rifiuto della magia e dei nuovi culti, che vorrebbero soppiantare l’antico culto di Eus, manifestato da Geshwa e da suo padre Sitòr, adombrano forse un messaggio di carattere cristiano?

 

L'unico motivo per cui questi rifiuti sono in qualche modo collegabili a un messaggio di carattere cristiano è l'esperienza della “verità” legata al culto di Eus. Allo spuntare dei nuovi culti, tutti sanno che si tratta di finzioni più psicologiche che altro, ma è diffusa una mal sopportazione nei confronti di Eus dovuta al suo non-intervento nelle ultime guerre che falcidiarono milioni di vittime. La gente non ne volle più sapere. Ed è proprio nel momento di maggior debolezza, che si vedono all'opera le due forze da sempre contemporaneamente presenti, tra loro contrarie: la fuga psicologica e l'intervento misterioso di una Trascendenza. Alla fine, in più di un'occasione sono proprio i culti dei nuovi dèi a veicolare l'intervento di Eus, il cui agire si delinea in modo sempre più chiaro nel corso dei romanzi.

Credo, però, che l'aspetto più significativo del romanzo circa il rapporto dell'uomo con Dio sia legato al modo in cui l'uomo “vive” un simile rapporto. Lo accoglie per ciò che è, lasciandosi interrogare anche dal silenzio di Dio, oppure costringe quel silenzio a farsi messaggio, con il rischio di giungere a un fraintendimento totale della sua azione? In fin dei conti, questo secondo aspetto è al centro dell'intera saga.

 

Quale ruolo gioca l’amicizia nell’economia della saga?

 

Come dicevo all'inizio dell'intervista, l'amicizia è il punto di partenza di tutta la saga e, credo, anche il significato finale. Tutta la storia si dipana sulla linea segnata dai rapporti altalenanti tra Geshwa Olers e il suo amico Nargolìan Asergnac e sulle differenze che tra i due si acuiranno fino a divenire scontro (seppur involontario) e morte di uno dei due. E qui, sì che entra in campo una visione cristiana della faccenda: può forse il Dio della vita lasciar intentato e incompleto il desiderio d'amore e d'amicizia che, per sua natura, tende oltre la parola fine?

 

Per quando prevedi di terminare e pubblicare l’ultimo romanzo del ciclo?

 

Dovrebbe essere completato (al massimo) entro l'inizio del 2017. Proprio l'ultimo volume, di cui è uscito da qualche mese la prima parte e che si intitola Il sole sulle bianche torri, ha richiesto un lavoro enorme, oltre che per la particolarità del suo costrutto, anche a causa degli innumerevoli fili tesi attraverso i precedenti sei volumi e che in questo ultimo capitolo della saga devono trovare un punto d'incontro. E dal momento che non amo le cose semplici, ho preferito riunire tutti i fili ipotizzando che ciascuno di essi sia stretto da una mano differente.

Il sole sulle bianche torriè un romanzo corale, costruito attraverso le testimonianze di decine di persone.

 

Quali sono i tuoi programmi letterari per questo 2016?

 

Sto ultimando la correzione di un nuovo romanzo horror, intitolato Trasmissione inversa, che segna la chiusura di un ciclo di vari autori pubblicato da Dunwich Edizioni. Dovrebbe uscire nel mese di aprile 2016. Inoltre, è nella sua fase finale la stesura di un romanzo di genere romance, Veniva dal mare, che autopubblicherò tramite Amazon.

 

Grazie Fabrizio e ad maiora…

 

Anzi, grazie a te!


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