Il dybbuk, a quanti mondi appartiene?

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Il dybbuk, a quanti mondi appartiene?
Incontro con Sarah Kaminski

di Anna Carbich

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A Lugano incontro con Sarah Kaminski curatrice della  pubblicazione del diario di Andrzej Wajdariguardante lo spettacolo "Dybuk, basato sul dramma di Szymon An-ski. La pubblicazione è un’edizione della casa editrice Officina d’arte grafica Lucini.

 

In tutte le culture, in tutte le tradizioni popolari, si trovano racconti di presenze “altre”,  sconosciute, che non appartengono al nostro mondo, invisibili, irraggiungibili, eppure  sentite, avvertite, temute soprattutto da persone particolarmente sensibili, fragili, vulnerabili. Queste presenze possono essere benevole od ostili, comunque dotate di poteri che noi semplici uomini non possediamo. 

 

Pensiamo ai fantasmi, agli angeli custodi, alle fate, ai geni della lampada; pensiamo alle persone possedute, indemoniate, e ai conseguenti esorcismi, e poi ectoplasmi, zombie e alieni. 

 

Ognuno ha il suo.

 

Le religioni li hanno codificati e descritti, prevedendo anche il metodo per la loro cattura o eliminazione. Non pretendo di fare un’analisi sociologica accurata, per carità, sono solo pensieri venutimi ascoltando le parole di Sarah Kaminski, che ci ha parlato del Dybbuk.

 

Cos’è il Dybbuk? Dice Wikipedia: Il dibbuk o dybbuk (in ebraico: דיבוק?, dibbûq, /dibˈbuːk/, "attaccato", "incollato") nella tradizione ebraica è uno spirito maligno o un'anima in grado di possedere gli esseri viventi. Si ritiene che sia lo spirito disincarnato di una persona morta, un'anima alla quale è stato vietato l'ingresso al mondo dei morti, lo Sheol.

 

Naturalmente, trattandosi di cosa ebraica, il nostro Dybbuk è oggetto di studi approfonditi, probabilmente anche cabalistici.  E’ così presente nella tradizione popolare che  Semën Akimovič An-skij, (Vitebsk, 1863Varsavia, 8 novembre1920), scrittore, drammaturgo, giornalista, etnografo, etnologo, attivista politicoe umanitario,   ha scritto un dramma  a lui ispirato che è diventato un classico della letteratura yiddish ed ebraica.

 

Narra la storia di Leah, figlia di un ricco commerciante e promessa sposa di Khanan, studente della scuola rabbinica, che alla morte precoce di lui, prima del matrimonio, viene posseduta dal suo spirito (il di lui dybbuk ) che la condurrà alla fine della storia alla morte, nella quale i due giovani potranno finalmente riunirsi.

 

Il Dybbuk, come vuole il significato della parola, ti si appiccica addosso e non ti lascia più.  Impossibile liberarsene... A nulla servono gli esorcismi, anche se forse non è la parola giusta.. , per scacciarlo.

 

Molti grandi registi ne hanno subito il fascino. Sydney Lumet, (La Parola ai Giurati, L’Uomo del Banco dei Pegni, Quinto Potere, Serpico, ecc.) ne ha curato una riduzione televisiva. I fratelli Cohen fanno incontrare il protagonista de A Serious Man con il Dybbuk di un rabbino morto. 

 

Fra questi non poteva mancare il grandissimoregista polacco Andrzej Wajda (1926 – 2016), recentemente scomparso, uno dei maggiori esponenti della cultura polacca di questo e del secolo precedente.  Ricordiamone almeno tre film:  Walesa, L’uomo della speranza,  (2014); Dottor Korczak (1990), la tragica vicenda del pediatra pedagogo  che accompagnò i “suoi “bambini dal ghetto fino alla destinazione finale, Auschwitz; Katyn(2007), che narra dell’episodio in cui 15000 ufficiali polacchi furono fatti uccidere da Stalin. Il padredello stesso Wajda morì a Katyn.

Torniamo al nostro Dybuk. Wajda non era ebreo, ma un polacco non può ignorare la presenza secolare degli ebrei in Polonia, ne conosceva e ne aveva condivisa la storia. Sentiva una grande nostalgia di questo mondo che non c’è più.

 

Wajda non era solo uomo di cinema e teatro, era anche un bravissimo pittore, ed era solito tenere un “diario illustrato” – i famosi taccuini - di tutto quello che faceva.  Quando Sarah ha scoperto il taccuino compilato da Wajda in occasione della messa in scena dello spettacolo Dybbuk, Tra due Mondi, prima a Varsavia, poi al teatro Habimah di Tel Aviv, se ne è innamorata e ha deciso di tradurlo in ebraico e in italiano, insieme ad altre due studiose, Silvia Parlagreco e Giulia Randone.   

 

Il libro in edizione anastatica è stato pubblicato in numero limitato di copie.

 

Il Dybbuk, come vuole il significato della parola, ti si appiccica addosso e non ti lascia più.  Impossibile liberarsene... A nulla servono gli esorcismi, anche se forse non è la parola giusta.. , per scacciarlo..

 

Se il titolo del dramma di An-ski di cui ci ha parlato Sarah Kaminski è Dybbuk, Tra due mondi, noi possiamo tranquillamente dire che si tratta di un incontro non fra due, ma fra molti mondi, ed è facile capirne il motivo. 

 

Quanti mondi abbiamo incontrato grazie al dybbuk? Abbiamo viaggiato dall’Italia alla Polonia, da Israele alla Svizzera, dal mondo dei vivi a quello dei morti, dal mondo esteriore a quello interiore, dalla mistica alla cabala, e poi, teatro, cinema e arte.

 

Fa parte della cultura popolare yiddish, il Dybbuk, forse non quella degli studiosi o dei grandi rabbini, ma di quell’insieme di tradizioni, leggende, spiritualità, mistica, forse anche un po’ di magia e superstizione, che permeava la vita dello shtetl, con le sue luci e le sue tante ombre, con la sua voglia di vivere, ma anche con le tante tragedie che incombevano sempre sui poveri villaggi. Il mondo descrittoci dai grandi fratelli Isaac e Israel Singer, da Sholem Aleichem, coi suoi lattai e violinisti sul tetto, dai racconti dei Chassidim.

 

Anche i non ebrei conoscono i dybbuk, magari  sotto altri nomi e altre vesti..

 

Ognuno di noi ha forse un suo dybbuk segreto, almeno a me piace pensarlo, che a volte ci fa commettere atti inconsulti, di cui non ci sentiamo responsabili.. 

 

 

Sarah Kaminski è israeliana di origine polacca ma vive e lavora in Italia da molti anni. Insegna ebraico all’Università di Torino, traduce e scrive libri, ama la buona cucina, e non smette mai di studiare l’ebraismo in tutti i suoi aspetti.


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