L’assegno divorzile

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L’assegno divorzile
Cronaca di un atteggiamento iperprotettivo del tutto ingiustificato

di Gianfrancesco Vecchio

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Con la decisione n. 11504/2017, oggetto di grande, ma forse non approfondita, attenzione su tutta la stampa in questi giorni, il massimo organo giudicante dei contenziosi tra privati ha stabilito che, perché tra gli ex-coniugi divorziati possa sorgere il diritto all’assegno di divorzio, occorra verificare se chi lo pretende non sia effettivamente in grado di garantire a se stesso l’indipendenza o l’autosufficienza economica.  E che, verificata la sussistenza di tale circostanza, la quantificazione dell’assegno prescinda completamente dal tenore di vita goduto durante il matrimonio.


Poiché, al di là di alcune recenti affermazioni in senso analogo, ancorché meno esplicite, tale impostazione muta completamente il parametro di riconoscimento e quantificazione del diritto all’assegno di divorzio, costantemente ribadito dal medesimo giudicante, ed originariamente stabilito con due decisioni a Sezioni Unite del 1990, le n. 11490 e 11492, il cittadino minimamente informato potrebbe legittimamente chiedersi in quale occasione il legislatore abbia deciso di modificare la normativa vigente in tema di assegno di divorzio.

 

Questo ipotetico cittadino, in effetti, potrebbe ricordare che i giudici, in Italia, sono chiamati ad applicare la legge e, quindi, che se improvvisamente la legge sul divorzio viene considerata dire una cosa diversa da quella affermata negli ultimi trent’anni, ciò sarà senz’altro dovuto ad una modifica legislativa di cui, colpevolmente,  avrà “bucato” la notizia, per parlare in gergo giornalistico.

 

Il nostro ipotetico cittadino, allora, potrà impegnarsi in un’attenta lettura del nuovo pronunciato scoprendo però che, mentre la sua ricerca della novità legislativa si concluderà in un nulla di fatto, alcune considerazioni esposte nella lunga motivazione meritano la ribalta della citazione piena, in quanto la loro parafrasi potrebbe non risultare altrettanto chiara.

 

Precisa, dunque, la Corte che, la legge che disciplina oggi la determinazione e quantificazione dell’assegno divorzile (comma 6, art. 5 , legge 74 del 1987): “…mostra con evidenza che la sua struttura prefigura un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase – dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur)”.

 

Di fronte a simile olimpica chiarezza, il cittadino lettore potrebbe chiedersi come mai, nel passato che in qualche modo ricorda, è rarissima, se non quasi inesistente l’ipotesi in cui l’assegno sia stato negato e, quindi, avidamente, proseguirà la lettura del pronunciato.

 

Eccolo, allora, apprendere che “…se il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non già “in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel corso di tale seconda fase…, avendo lo stesso rapporto, ancorché estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune”.

 

La sottile distinzione, in effetti, spinge la vena didattica della Suprema Corte ad un  tentativo di auto-spiegazione che, sempre il nostro cittadino, potrebbe iniziare a sentire come fonte di qualche preoccupazione: “tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perché non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito”.

 

La preoccupazione potrebbe poi aumentare quando si ammette che, in precedenza: “…il parametro di riferimento – al quale rapportare l’adeguatezza-inadeguatezza dei “mezzi” del richiedente – è stato costantemente individuato da questa Corte nel tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio”, ma che “a distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che seguono, non più attuale...”.

 

Ora, lasciando a chi fosse interessato il piacere di leggersi le “molteplici ragioni” da solo, considerato che la sentenza è facilmente rintracciabile con un click, qui si evidenzia quanto segue.

 

Una legge del 1987 esclude che il parametro della quantificazione dell’assegno di divorzio sia il tenore di vita goduto durante il matrimonio perché, tra l’altro e acutamente, il matrimonio non c’è più.

 

La Corte di Cassazione per trent’anni ignora il dettato della norma, devastando la vita a centinaia di migliaia di divorziati e contribuendo a legittimare il matrimonio come un’istituzione eterna dal punto di vista economico, più e meglio di qualsiasi lavoro retribuito. 

 

In un pomeriggio di primavera, sempre la Corte di Cassazione, applicando la stessa norma, anzi riconoscendo espressamente che fino ad ora è stata interpretata male da se medesima, ammette che la quantificazione dell’assegno non ha nulla a che vedere con la vita matrimoniale ma deve esclusivamente collegarsi alle capacità lavorative, anche solo potenziali del richiedente, così come alla sua complessiva situazione patrimoniale.

 

Il nostro povero cittadino, magari sbigottito, potrebbe chiedersi, a questo punto, ma a che servono le leggi in Italia, se per trent’anni possono essere disattese e poi, senza nemmeno delle scuse, si può decidere di applicarle.

 

Io, che in questa realtà inconcepibile mi dibatto – rimando al mio “Invece di legalizzare le coppie di fatto, liberalizziamo il matrimonio”, su queste pagine telematiche – preferisco non abbozzare nemmeno una risposta in questa sede, ma richiamare il lettore all’importanza di pretendere che la legge sia rispettata e applicata, sempre e il più possibile, perché la sua “interpretazione” deve rimanere una via del tutto residuale, sintomo di una legge non scritta bene e, quindi, da riscrivere.


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