Mettersi in gioco

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Mettersi in gioco
L'impegno femminile tra pubblico e privato

di Paola Vitale

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14 Aprile 2018. Dopo l’attacco con armi chimiche attribuito alle forze del Presidente Assad, Trump passa all’azione insieme a Francia e Regno Unito, colpendo tre obiettivi siriani:  un centro di ricerca a Damasco, un deposito per lo stoccaggio delle armi chimiche e un centro di comando a Homs. Assistiamo sempre più tragicamente ad un mondo come una grande scacchiera, dove territori e popoli sono pedine mosse dai protagonisti della Politica Internazionale. E poco importa se, tra questi protagonisti, siano presenti anche donne al comando di un Paese, poco importa se fin dall’appellativo “Lady di Ferro” a “Guerrafondaia Hillary”, le donne in politica rappresentino sì un mutamento dei tradizionali ruoli di genere, senza però impedire ancora all’ordine sociale di  funzionare come una enorme macchina simbolica tendente a ratificare il dominio maschile su cui esso si fonda, in piena visione androcentrica. Da donna e da militante politica, dunque, mi domando: in che modo la nostra Autorità femminile può segnare e fare la differenza nell’agire politico e nell’amministrare, attraverso una pratica capace di rigenerare le istituzioni pubbliche e di governare il mondo senza appropriarsene?

 

Spesso si parla di "che cosa manca alle donne" per accedere a ruoli di prestigio o delle differenze tra una leadership maschile e una femminile. Nel modello culturale tuttora dominante la donna troppo spesso si sacrifica e, se è “in carriera”, vista come traditrice di un mandato sociale in qualche modo non adempiuto o poco rispettato perché  se la donna raggiunge ruoli apicali di carriera è single, fa figli tardi, di solito fa un solo figlio, divorzia.

 

Per questo non nego l’importanza della presenza femminile nei “luoghi dove si decide”, è sul modo di arrivarci che sollevo critiche e perplessità. Le “quote”  sono una resa alla logica dello svantaggio da colmare e di una “parità” che presuppone un metro maschile di confronto posto a priori. Se le donne che vogliono entrare nelle istituzioni ponessero da subito, senza temere le contrarietà a cui vanno incontro, condizioni dove è evidente il rapporto uomo- donna in tutti i suoi aspetti, dal modo con cui si fanno le leggi a come si intende la rappresentanza, ecc., otterrebbero sicuramente un largo consenso presso altre, deluse dalla facilità con cui le loro simili si omologano a modelli già dati per arrivare a un posto di rilievo. Il potere è ancora il nostro spettro da esorcizzare. E’ ciò che fortemente vorremmo (perché non l’abbiamo mai avuto!), ma è anche ciò che ci fa sentire in colpa e che non riusciamo mai completamente ad assolvere e legittimare. Cosicché finiamo vittime di una schizofrenia tra identificazione e mimesi al maschile da un lato e negazione e rifiuto del potere dall’altro. 

 

Certo è più facile a dirsi che a farsi : Il rifiuto del femminile (e qui Freud docet) non è solo una caratteristica maschile ma anche femminile di cui l'emancipazionismo è solo uno dei tanti effetti deleteri.

 

Viviamo l’eterno conflitto e l’ambivalenza delle donne fra desideriodi potere e rifiuto di un potere vissuto come “colpa”. Perché viviamo in un ordinamento simbolico rigorosamente maschio, di “proprietà” dell’uomo e nel momento in cui ci autorizziamo ad occupare un posto di potere dentro ecco che ci scatta il meccanismo del “furto simbolico” che ci pone in una posizione di illegittimità e di usurpazione: l’appropriazione – indebita – di un diritto di appartenenza a un ordine simbolico cui non si appartiene, cui non c’è “diritto di cittadinanza”. Come afferma lo stesso Massimo Recalcati, la sovranità  femminile si esercita “non contro ma sopra la Legge” prendendosi cura della vita nella sua particolarità. E’ il concetto stesso di rappresentanza che viene qui messo in discussione. Non si tratta di riabilitarne la funzione, ma di cogliere nella sua crisi attuale l’apertura ad un'altra pratica di governo, dando  voce ad una filosofia e ad una pratica femminile della democrazia che si emancipi dalla “storia monosessuata maschile delle istituzioni politiche d’Occidente”.

 

Occorre lavorare con sempre più determinazione e priorità per l’affermazione di diritti, autodeterminazione, libertà, parità e rispetto, prendendo nelle proprie mani quella soggettività politica femminile che può dare autorevolezza alle parole e alle azioni delle donne, riconoscendoci nelle lotte e nelle conquiste dei movimenti delle donne di tutti i tempi in ogni parte del mondo. Piccoli passi per grandi rivoluzioni.


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