Antisemitismo: l’Europa inospitale e pericolosa per gli ebrei?

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Antisemitismo: l’Europa inospitale e pericolosa per gli ebrei?

di Elena Lattes

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Tombe profanate, aggressioni a passanti, uccisioni a sangue freddo, linciaggi. L’Europa (soprattutto, ma non solo) sta tornando ad essere un posto inospitale e perfino pericoloso per gli ebrei. Il peggior Paese è la Francia, tanto che perfino il New York Times il 12 aprile scorso ha dedicato un articolo al riemergere di questo fenomeno. Oltralpe l’89% degli studenti ebrei ha dichiarato di aver subìto almeno un atto antisemita; nel 2017 le vittime furono 311, nel 2018 541, passando così da un aumento del 26% al 74%.

 

Secondo Le Mondequesti sono solo gli episodi segnalati alla polizia, ma il numero potrebbe essere molto più alto, proprio come successe nel 2006, quando il giovane Ilan Halimi fu rapito e atrocemente torturato fino alla morte, avvenuta 24 giorni dopo. Prima che il ragazzo cadesse nella trappola ben premeditata dalla “Banda dei barbari”, gli stessi assassini avevano tentato, senza successo, di sequestrare altri ebrei, sempre a scopo di estorsione e omicidio a carattere razzista, ma la polizia, che non aveva ricevuto tutte le segnalazioni necessarie e non aveva saputo collegare le informazioni che già aveva, sottovalutò il movente e, come in seguito all’attentato al Charlie Hebdo, 9 anni dopo, si dimostrò totalmente impreparata e forse anche indifferente, nell’affrontare questo tipo di violenze.

 

Sempre in Francia, ora, a due anni dall’omicidio di Sarah Halimi massacrata di botte al grido di “Allah hu akbar” e poi defenestrata dal terzo piano mentre l’assassino esultava “ho ucciso il diavolo”, la terza perizia psichiatrica ha definito il giovane musulmano “incapace di intendere e di volere perché sotto gli effetti della cannabis” e dunque penalmente irresponsabile; un inammissibile paradosso, dato che, al contrario, per esempio, l’assunzione di alcol prima di un delitto costituisce un’aggravante e non certo un’attenuante.

 

Ancora più assurdo, però, che non solo molto probabilmente non subirà un processo, ma verrà perfino dimesso dall’ospedale psichiatrico perché non gli è stata riscontrata alcuna patologia mentale cronica. Due settimane fa 39 intellettuali hanno firmato un appello nel quale affermano tra l’altro:

 

«L’antisemitismo non è un affare solo degli ebrei, ma è di tutti (…) Perché questo silenzio? Perché la radicalizzazione islamista – e l’antisemitismo che essa veicola – è considerata esclusivamente da una parte delle élite francesi come l’espressione di una rivolta sociale, quando invece lo stesso fenomeno avviene in altre società come la Danimarca, l’Afghanistan, il Mali o la Germania. Perché al vecchio antisemitismo di estrema destra si aggiunge l’antisemitismo di una parte della sinistra radicale che ha trovato nell’antisionismo l’alibi per trasformare i boia degli ebrei nelle vittime della società. Perché la bassezza elettorale calcola che il voto musulmano è dieci volte superiore a quello ebraico».

 

Un altro appello era stato firmato l’anno scorso all’indomani di un altro omicidio a carattere antisemita perpetrato da un altro fondamentalista musulmano. Il tragico evento aveva fatto più scalpore dell’omicidio dei due Halimi (non parenti fra loro, ma entrambi di origini nord africane), perché la vittima, l’85enne Mireille Knoll, era una sopravvissuta alla Shoah. Quell’appello era stato firmato da 300 persone e in migliaia parteciparono alla “marcia bianca” qualche giorno dopo. Tutto questo, evidentemente, è servito a molto poco se in altre manifestazioni , quelle dei gilet gialli degli ultimi mesi, la folla si è più volte sfogata in aggressioni antisemite, di cui la più eclatante è stata perpetrata nei confronti del filosofo Alain Finkielkraut.

 

Una ricerca europea pubblicata l’anno scorso denuncia che dopo la Francia è il Belgio il Paese più colpito dalla piaga, dove l’81% degli intervistati ha subito atti ostili, a fronte di una media europea del 70%. L’esempio più drammatico è stato certamente l’attentato al museo ebraico di Bruxelles nel 2014, ma anche la propaganda non scherza: due mesi fa, in occasione del Carnevale nella città fiamminga di Alost, inserito nel 2010 nel patrimonio dell’Unesco, ha sfilato un carro con caricature di ebrei ortodossi, dal naso adunco, seduti su sacchi pieni di denaro.

 

Altri fantocci, sempre con sembianze degli stereotipi antisemiti, sono stati squartati e dati alle fiamme in Polonia in occasione del Venerdì Santo. Nel Paese è ancora molto vivo l’odio per gli ebrei alimentato principalmente dal razzismo e dal fondamentalismo cattolico. Dopo la famigerata legge sul divieto di definire polacchi i campi di sterminio presenti in tutto il territorio nazionale e sulla penalizzazione di chi associa lo Stato ai crimini nazisti, il twitt in polacco della locale ambasciatrice americana in cui agli auguri per la Pasqua cristiana aveva aggiunto quelli per la Pasqua ebraica, è stata presa come un’offesa e bollata come una provocazione.

 

È evidente la volontà di non riconoscere il diritto di cittadinanza o la libertà di espressione religiosa ai diecimila ebrei rimasti nel Paese. Un Paese dove prima della seconda guerra mondiale ne vivevano 3 milioni -  una delle più grandi comunità della Diaspora - e il cui 85% fu sterminato dai nazisti nell’indifferenza e troppo spesso con la complicità della popolazione locale. Lo stesso Paese dove i pogrom continuarono anche negli anni successivi alla fine del conflitto, dalla popolazione autoctona ormai liberata.

 

Anche in Germania negli ultimi anni gli attacchi sono cresciuti notevolmente: solo nel 2018, tra aggressioni fisiche, verbali, lettere minatorie e danni a proprietà, l’aumento è stato del 73% rispetto al 2017. L’elemento più preoccupante è che la violenza coinvolge perfino i più piccoli: l’anno scorso in una scuola elementare una bambina di 7 anni fu spintonata, insultata e presa a calci e pugni da alcuni suoi coetanei.

 

“L’episodio, è da iscriversi - riportavano alcuni media italiani - tra i casi di quello che in Germania è stato ribattezzato “mobbing religioso”, «bambini soggetti al fanatismo di genitori, fratelli maggiori o parenti più stretti», ha dichiarato al Berliner Zeitung l’insegnante di una scuola elementare del quartiere Neukölln, dove il 70 per cento degli alunni è figlio di immigrati, «non sanno ancora leggere o e scrivere, ma già dividono il loro piccolo mondo in due catene: credenti e miscredenti, musulmani e non-musulmani»”. D’altro canto, anche i giovani autoctoni non sono immuni dal fenomeno: la tendenza al revisionismo e al negazionismo nei social serpeggia in diverse centinaia di ragazzi, perfino tra coloro che hanno visitato i campi di concentramento con la scuola.

 

In Gran Bretagna, l’elemento più preoccupante sono i politici e in particolare i laburisti che, come illustra il sondaggio riportato dal Guardian, detengono il record europeo di antisemitismo. Nel 2018 un dossier consegnato dall’emittente LBC costrinse Scotland Yard ad intervenire e dall’indagine condotta emersero casi di vero e proprio odio etnico, come per esempio le proclamazioni di un militante secondo cui “bisogna sbarazzarsi degli ebrei, che sono un cancro fra noi».

 

Nel febbraio scorso sette deputati, sempre laburisti, hanno lasciato il loro partito a causa dell’antisemitismo dilagante. Una di loro, Luciana Berger, è stata vittima di aggressioni fisiche e online, al punto di aver avuto bisogno delle guardie del corpo durante il congresso del suo partito. Il problema sembra essere nato dall’elezione di Corbyn, nel 2015: “fino alla sua nomina - scrive Joan Ryan, l’ultima ad aver presentato le dimissioni - i laburisti non hanno avuto problemi con il razzismo antiebraico. Oggi è [un partito] istituzionalmente antisemita.” E conclude: “Un governo Corbyn sarebbe, come hanno sostenuto gli ebrei britannici, una minaccia esistenziale per la comunità”.

 

Tristemente salita agli onori della cronaca per la sua pesante connotazione antisemita anche la campagna condotta in Ungheria contro Soros, nella quale sono riemersi i topos classici, quali le teorie complottistiche, l’attaccamento al denaro, oltre ad accuse di aver favorito l’immigrazione clandestina in Europa, di essere nemico del popolo ungherese e tanto altro ancora. Sempre in Ungheria, secondo un reportage pubblicato dalla CNN una persona su cinque ha un’opinione negativa degli ebrei.

 

E in Italia? Sebbene la situazione generale sia meno grave, non possiamo dormire sugli allori. Come quasi ovunque in Europa è stato registrato un aumento dell’antisemitismo, sia per il riemergere dell’estrema destra sia per la continua propaganda terzomondialista e di simpatia verso il terrorismo arabo. Così, se nel 2012 vennero registrati 16 attacchi e nel 2013 quasi il doppio, nel 2018 si è arrivati a 181 casi.

 

Tra questi i più denunciati dai media sono stati il furto delle pietre d’inciampo (che ricordano le vittime del nazifascismo) a Roma e il tweet del senatore 5Stelle, Elio Iannutti, in cui citava il famigerato libercolo “I protocolli dei Savi di Sion”. È il web, naturalmente, ad essere il ricettacolo e il maggiore diffusore incontrollato e incontrollabile di stereotipi e incitazioni alla violenza. In particolare i social network come facebook, per esempio, che invece di combatterli, spesso li favorisce.

 

Come si può facilmente evincere da questa breve e parziale rassegna, l’odio verso gli ebrei è in aumento in quasi tutta l’Europa e alberga un po’ ovunque, sia in politica che nella società civile, in particolar modo tra gli estremisti, di destra e di sinistra e tra i musulmani immigrati o di seconda e terza generazione. Come la Storia ci ha insegnato l’antisemitismo è un fuoco che cova sotto la cenere, pronto a riemergere prepotentemente ogni qualvolta un radicale cambiamento porta con sé  una crisi, sia essa economica, politica e/o sociale.

 

Si potrebbe anche paragonare ad una scala dove il primo gradino sono i pregiudizi e l’ultimo i pogrom e lo sterminio. Se fra la propaganda basata più o meno velatamente sugli stereotipi e la violenza verbale la distanza è esigua, ancora più breve è lo spazio che separa quest’ultima dagli attacchi fisici e le discriminazioni istituzionalizzate.

 

Forse si è ancora in tempo ad evitare che il nostro Continente arrivi di nuovo in cima alla scala, ma sono necessari una più ampia e profonda consapevolezza e un maggiore impegno da parte di tutti.


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