Caro Babbo, anche il mondo sta morendo

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Caro Babbo, anche il mondo sta morendo

di Alan D. Baumann

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Era la notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre del 2014, quando mia madre mi telefonò ad un orario a lei inusuale. Piangendo mi disse “è cascato! È cascato”. Abitando a poche centinaia di metri mi rivestii frettolosamente ed andai a casa dei miei.

 

Aspettando il lento arrivo dell’ascensore scorsi nella buca delle lettere, un plico per  mio padre, Alberto Baumann. Vidi che era stato inviato dalla Claims Conference, un ente che distribuisce un fondo tedesco alle vittime del nazifascismo e decisi di aprirlo perché ero stato io ad inoltrare la domanda per lui, e vidi che era stata accettata. “Sarà contento – pensai – al contrario del vitalizio che la commissione del ministero del Tesoro italiano non gli aveva concesso, perché a loro dire non c’era la prova di una scuola che lo aveva rifiutato nel 1938”. Quale scuola - continuo a chiedermi ancora oggi - potrebbe rilasciare un certificato per un bambino rifiutato il primo giorno? Perché il mio babbo era del 1933 e le Leggi razziali emanate dal fascismo non lo avevano colpito estromettendolo dalla continuazione della carriera scolastica, ma gli avevano proprio interdetto l’accesso al primo anno. Successivamente, a rigor di cronaca, l’appello ha sentenziato che non era stato vittima di  quelle Leggi, in quanto dopo la guerra diede gli esami come privatista. Ma vai tu a vedere. Albertino, che gli amici di Montecatini Terme chiamavano Berzi, dovette poi fuggire nel 1943 dalla cittadina pistoiese attraverso le campagne. Prima venne accolto da una famiglia di nomadi circensi italiani – dai quali imparò trucchetti e giochetti vari rimasti nel cuore e negli sguardi miei e dei miei compagni di gioco -, poi si recò nel veneto dove avrebbe dovuto essere accolto – “ma vedi tu” diceva mio padre – da un sacerdote amico di un prete montecatinese. Il sacerdote era però morto e quel bambino di dieci anni che aveva attraversato da solo mezz’Italia in treno, dovette tornare indietro con tutte le paure che quel mondo feroce provocava a tutti.  “Non ho preso il treno al ritorno perché avevo timore di venir preso” mi raccontava. E giù per il Veneto e l’Emilia Romagna. Intanto gli Alleati erano avanzati verso la Linea Gotica  e nell’Appennino tosco-emiliano, dietro ad una siepe, Berzi vide un soldato inglese che caricava un cannone, poi andava in un angoletto dove aveva acceso un fuoco e rompeva delle uova in una sorta di padella. “Il giovane soldato mi vide ed esclamò Hey boy! Come here!. Non ho mai mangiato così tante uova nella mia vita, ma ero divenuto scheletrico e necessitavo di forze per continuare la mia strada verso casa”.

 

Nel frattempo l’ascensore era arrivato e con il cuore a mille salivo verso l’appartamento dei miei.

 

Entrai e sentii mia madre piangere ed urlare: “Alberto Alberto!” mio padre era disteso per terra a pancia in giù, parallelo al suo letto ( i miei dormivano in stanze separate da anni perché mio padre fumava). La sua testa era appoggiata sulle braccia piegate, come se avesse deciso di sdraiarsi volutamente sulle piastrelle della camera. Decisi di girarlo. Il suo corpo era caldo. Il volto era disteso, la bocca sorridente ed i grandi occhi verdi erano aperti: sembrava felice.

 

Fui preso dallo sgomento, non sapevo se improvvisarmi dottore stile E.R. e colpirlo volutamente sul torace per rimettere in funzione il cuore, ma era passato troppo tempo dalla chiamata di mia madre che lo aveva trovato in quella situazione mentre si stava recando da lui per ricordargli di prendere le medicine. Mia madre aveva tredici anni più del babbo e trovava la forza di vivere accudendolo. Lui, per pigrizia ed adorazione della moglie, si lasciava fare. Non ho avuto il coraggio di dargli dei pugni sul petto, di credere per un attimo di poterlo rianimare. Al solo pensiero mi sembrava anche di mancargli di rispetto.

 

Non ho lasciato cose in sospeso con lui, non credo almeno. Il nostro era anche un ottimo rapporto di amicizia, specialmente negli ultimi anni, quando mi era stata concessa la mansione di occuparmi dei miei adorabili “vecchietti”. Parlavamo molto e ricordo che un giorno gli rimproverai una frase che mi disse più di una volta quando ero bambino: “vedi figlio mio, sei fortunato in quanto ti abbiamo fatto nascere in un mondo di pace, non come noi che abbiamo patito la guerra, anzi quella guerra”.

 

Parlammo di questa sua frase più o meno verso l’inizio del terzo millennio e gli dissi che si, non avevo patito gli orrori che lui e mamma videro, soffrirono, dovettero condividere; ma almeno allora si sapeva chi temere, odiare, da chi fuggire: oggi il nemico può starci a stretto contatto, celato dietro a chissà quale figura anche apparentemente amica. Alcuni hanno trovato il nemico dentro casa, nei propri amori, nelle abitudini del quotidiano, nelle scuole o posti di lavoro.

Berzi mi diede ragione.

 

In questi cinque anni il mondo è peggiorato. La società è un avviluppo di egoisti ed egocentrici. Non esiste più una classe culturale con voglia di insegnare, non vi è più la voglia di trasmettere agli altri, il voler condividere il proprio sapere. Non vi sono basi, non vi sono scienze politiche, non si hanno più dei sostegni solidi ed anche le radici storiche sembrano essere calpestate dall’ignoranza. Anzi: alcuni fanno diventare leggi culturali le proprie inettitudini.

 

Il mondo sembra una grande riunione condominiale dove tutti sono e sanno tutto, e chi vive in modo onesto – oramai in disuso – diventa il nulla.

 

Mi sento arcaico Babbo: l’educazione che mi avete impartito, il gusto di vivere nei colori, di apprezzare le forme d’arte, il saper distinguere il bello, il volermi attenere a quanto mi è stato da voi trasmesso, mi pone a disagio. D'altronde non sono furbo, non sono scaltro, non sono globalizzato ma pur sapendo di dover imparare per tutta la vita, non sono ignorante. Mi sembra proprio di vivere in un mondo tramontato.

 

E’ come se i valori acquisiti durante la vita, siano “fuori corso”. Sopravvivono oggi solo i valori commerciali, economici. La politica è diventata solo l’unico lavoro certo, l’unico stipendio sicuro. La cultura è oramai un lascito del secolo scorso, racchiuso nel mero inserimento enciclopedico.

 

Basterebbero alcune notizie del 30 e 31 ottobre ultimi scorsi:

 

- La Senatrice a vita Liliana Segre ha ottenuto il via libera del Senato per la creazione di una “Commissione contro l’odio”. La destra italiana si è astenuta dalla votazione: forse gli scheletri non stanno solo negli armadi ma sono ancora presenti in diverse realtà parlamentari. In compenso ci sarà una interrogazione bipartisan su di un rigore non concesso alla squadra calcistica del Napoli;

-  Mentre a Roma una via adiacente il Tempio maggiore viene dedicata a Elio Toaff, si intitola il lungomare di Palermo a Yasser Arafat “Premio Nobel per la pace”. Praticamente come dire che il premio per la Pace sarebbe potuto andare a  Molotov ed a Ribbentrop.  Il fatto che l’Olp di Arafat voleva l’annientamento di ogni ebreo, esattamente come i suoi figli ed i nipotini che ancora nella serata del 31 ottobre 2019 hanno scagliato tre missili in territorio israeliano (di cui non si parla nei notiziari nostrani), i mandati di cattura per stragi internazionali a carico del leader arabo e l’addestramento delle Brigate Rosse e delle Rote Armee Fraktion nei cosiddetti “campi profughi”, non bastano ai “politici” del Belpaese per evitare il calpestamento della storia.

 

Caro Babbo, antisemitismo, antisionismo e antisraelianismo sono la stesa cosa – ma questo tu già lo sostenevi - e ci si sente colpiti da tutte le parti. Proprio ieri il deputato Pd Fiano è stato accusato in aula di essere “Sionista” (mamma che offesa), solo perché ebreo.

 

Israele non ha il permesso di difendersi e come al solito non fanno notizia i missili scagliati contro gli inermi, se questi sono ebrei. Ma non sono i soli a doversi difendere: i curdi vengono abbandonati alla mercé di turchi e siriani, chi fuggendo da guerre e povertà tenta di rifugiarsi nel nostro paese viene rifiutato, mentre a chi compra l’Italia (pur essendo extracomunitario) vengono srotolati lunghi tappeti profumati.

 

La mia non è depressione ma incazzatura e non vorrei celarmi dentro casa per paura o ritegno, ma resto inorridito dall’abbandono delle istituzioni nei confronti della storia, dall’imbarbarimento (sapessi come è ridotta Roma), da quel menefreghismo di gran parte dell’umanità nei confronti della forza autodistruttiva che regna.

 

Caro Babbo, la candela che mi ha accompagnato sin d’ora, si sta spegnendo. In essa percepisco la tua e la mia stanchezza, ma resta quel sorriso con il quale ti vidi quella notte di cinque anni fa, mentre mia madre - la “nostra” yiddishe momme - diceva “incredibile: quanto è bello” mentre piangendo scrutava il tuo viso tranquillo, con quegli occhi verdi che emanavano ancora tanta luce.

 

Roma, Trastevere. Ore 3 e 54.


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