Cerchiamo insieme le vie del dialogo

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Cerchiamo insieme le vie del dialogo
Forse il dialogo parlamentare

di Maria De Falco Marotta

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Comincia a trasparire un po’ di luce, nel rissoso Parlamento italiano e pare che si stiano avviando verso un “parlarsi” senza pensare ai partiti. Il vocabolo “dialogo” significa l’uso “condiviso” (dià) della “ragione” (lógos), il fatto che due discorsi, due ragioni (lógoi) s’incrociano (dia) e si attraversano reciprocamente per arricchirsi nel superamento di una dialettica di opposizione. È un confronto che dev’essere condotto con libertà e rigore, senza esclusivismi radicali o sincretismi facili, accettando la sfida di inoltrarsi in terreni ignoti e anche di approdare a porti reciprocamente distanti. Ma “dia” in greco significa anche approfondimento. Si tratta di qualcosa di serio. L’immagine del duello e del duetto illustra bene la metodologia del dialogo.  L’incontro tra i vari politici non deve avere la forma di uno scontro che ha come fine ultimo l’eliminazione dell’avversario, al contrario, deve dar vita ad un duetto di voci capaci di creare un’armonia, senza però rinunciare alla propria identità individuale.

 

E mi piace ricordare che proprio un laico come il filosofo Norberto Bobbio ha scritto anni fa un libro intitolato “Elogio della mitezza”, da considerare come il valore che consente di eliminare l’intolleranza e la discriminazione.

 

La mitezza si accompagna all’umiltà, e alla capacità di “farsi tutto a tutti” Il vocabolo “dialogo”, dunque, indica l’uso “condiviso della ragione”; una ragione che è sinonimo di confronto da condurre con libertà e rigore senza esclusivismi radicali o sincretismi facili, accettando la sfida di inoltrarsi in terreni ignoti e anche approdare a porti reciprocamente distanti.

 

Un altro vocabolo importante è “ricerca”, sulla scia del monito che già brillava nell’Apologia di Socrate in cui Platone metteva in bocca al suo maestro questa frase illuminante: «Una vita senza ricerca non val la pena di essere vissuta”

 

Nella nostra società questo desiderio è molte volte minacciato da risentimenti di odio che non riconoscono nemmeno le eredità e i patrimoni culturali dei popoli. In alcuni casi si tratta di veri e propri muri fisici e materiali, in altri di muri ideologici, culturali; è il cosiddetto etnocentrismo, corrente che ha radici antiche ma che oggi più che mai esaspera in ambiti politici o religiosi di stampo integralistico, aggrappati fieramente alla convinzione che la propria civiltà, il proprio popolo, la propria cultura siano superiori in tutto alle altre.

 

All’etnocentrismo si è sempre opposto ilcomparativismo, che analizza le diverse culture sviluppatesi nel tempo e nello spazio e ne trae somiglianze ed elementi costanti invariabili. Nessuno dei due approcci, tuttavia, è attuale; dovremmo, infatti, parlare di interculturalità, intesa come modus di pensare e operare nel pieno rispetto e nella consapevolezza dell’eterogeneità culturale e sociale che caratterizza il mondo di oggi.

 

Interculturalità, dunque, significa complesso impegno di confronto e dialogo, di interscambio culturale e spirituale. Speriamo!


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