Le donne ancora oggi tenute da parte dalla politica

Cultura | Terza Pagina
Le donne ancora oggi tenute da parte dalla politica

di Maria De Falco Marotta

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Ciascuno di noi sia consapevole, ogni giorno di più, che stiamo vivendo un tempo particolare: problematico, confuso, per certi versi angoscioso.

 

Le nostre generazioni hanno sperimentato il maggior numero di scoperte ed innovazioni tecnologiche di ogni epoca, l'aumento delle opportunità e del cosiddetto "benessere", ma dobbiamo anche constatare la crescita esponenziale della complessità e dell’incertezza: l'unica cosa certa pare essere il cambiamento. Ciò affonda le radici nel tempo: nel corso degli ultimi secoli la visione del mondo e della vita è cambiata notevolmente, passando da una prospettiva statica ad una dinamica nel modo di concepire l’esistenza, la natura, i rapporti.

 

Ciò che però caratterizza in modo particolare gli ultimissimi decenni è il fatto che i mutamenti sono sempre più veloci, riguardano tutti i livelli della vita e si condizionano vicendevolmente, aumentando per questo la loro rapidità e di conseguenza i livelli di complessità e d'incertezza. Si parla di globalizzazione economica, politica, sociale e culturale. Viviamo tutti dentro un contesto all'insegna dell'interdipendenza.

 

A complicare ulteriormente il quadro vi è il fatto che i cambiamenti non sono solo veloci ed interdipendenti, ma hanno anche direzioni e ritmi diversi: i cambiamenti tecnologici, ad esempio, sono velocissimi, anche i cambiamenti economici sono veloci, i cambiamenti culturali, dei valori invece sono molto più lenti. L'economia e la tecnologia, inoltre, portano alla convergenza, pur in un sistema di forte competitività, mentre le culture, i sistemi di valori portano ad accentuare e valorizzare le particolarità, le differenze. La conseguenza di tutto questo è la sfasatura, il conflitto sempre più marcato. Mai come ora sono in crisi le relazioni a tutti i livelli. I motivi dei conflitti sono vari, ma spesso sono riconducibili al fatto che le differenze fanno problema, sono percepite come minacce da cui difendersi, come pericoli contro cui lottare e non come ricchezze da valorizzare per costruire il nuovo.

 

Le differenze fanno problema anche ai sistemi che cercano di fare del proprio modello di sviluppo - che privilegia le funzioni economiche, di produzione, di efficienza e di consumo, rispetto alle differenze culturali, politiche, religiose - il modello da esportare su tutto il pianeta. Noi abbiamo visto però che il modello di sviluppo adottato dai cosiddetti “grandi” non è sostenibile. Già per troppo tempo (noi del cosiddetto primo mondo) siamo vissuti a spese dei paesi del sud del mondo e a spese del futuro. La globalizzazione, che avrebbe potuto aprire nuovi orizzonti e nuove possibilità per tutti i popoli, mettendo in fecondo contatto le diverse culture ed esperienze, in realtà, negli ultimi decenni ha fatto e fa registrare il continuo l'aumento della povertà (con vecchie e nuove forme), della disoccupazione (con un divario crescente tra ricchi e poveri), ha innescato processi migratori di proporzioni bibliche, oltre a vedere la diffusione della guerra e del terrorismo come metodi per regolare i conflitti.

 

Il mondo globalizzato non ha ancora trovato un nuovo equilibrio, pur se ci si fa sempre più consapevoli che oggi i problemi sono planetari (povertà, ecologia, criminalità, pace, Covid 19 con le sue varianti…) e nessuna nazione può pensare di affrontarli da sola (la recente crisi finanziaria lo ha dimostrato). Dentro questo mondo in continuo cambiamento ci si pone l’interrogativo se siamo di fronte ad un confronto-scontro planetario tra culture e civiltà diverse. Alcuni parlano invece di probabile scontro di etiche differenti, dove si aggiungono altri terreni di scontro: le questioni fondamentali della vita: il suo inizio, la sua fine, dove viene messa in questione l’idea stessa che noi ci facciamo di umanità: siamo passati dal chiederci chi è l’uomo a che cos’è l’uomo. E poi la gestione del sesto continente (mondo virtuale) privo di tempo e di spazio, che ha permesso un accesso infinitamente ampio al sapere. Ma quale genere di sapere? Quale possibilità ha l’individuo di controllare e di assorbire una così grande potenza di memoria e di informazioni? 

 

Entrano in crisi limiti un tempo consolidati: quelli fra uomo e animale, fra uomo e macchina, fra uomo vivente e cosa; il che ci mostra che sta venendo meno la distinzione fra mondo naturale e mondo artificiale tra corpo e mente. E così vengono questionate la sessualità, la famiglia, la stessa visione antropologica dell’essere umano. Sono trasformazioni strepitose che vedono tutti in fatica: dalla politica alla morale, per questo abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, che non si opponga, ma che comprenda ed interpreti i passaggi che stiamo attraversando.

 

Noi apparteniamo alle generazioni che stanno dentro a questi passaggi, che sono chiamate ad interpretarli per saperli abitare. In questo senso possiamo e dobbiamo essere donne e uomini aperti, perché c’è un mondo, una realtà, un sistema di vita, di significato… che stanno morendo, mentre un mondo nuovo, una realtà nuova, un nuovo (nuovi) sistema di vita e di significato stanno nascendo. Occorre avere occhi per vederli: uno sguardo dall’alto, a fondo e dal futuro.

 

Oggi quello che ci affligge è il divario tra la grandezza delle nostre sfide e la piccolezza della nostra politica, la facilità con cui ci lasciamo distrarre da cose insulse e indecenti, il nostro incurabile evitare decisioni difficili, la nostra apparente incapacità di costruire il consenso ad affrontare problemi importanti… avremo bisogno di capire come siamo arrivati ad essere quelli che siamo, a questa terra di movimenti in guerra e di disprezzi tribali. E avremo bisogno di ricordare a noi stessi, a dispetto delle nostre differenze, quanto condividiamo: speranze e sogni comuni, un legame che non si spezzerà. E’ vero, per il nostro mondo politico ed anche per il mondo ecclesiale, che sta vivendo una impegnativa fase di trasformazione.

 

Dentro tutto questo potremmo chiederci se le donne hanno un ruolo, una parola, una chance da offrire.

 

Scriveva Vandana Shiva, una dei maggiori leader ecologisti e sostenitrice della necessità di recuperare il principio femminile della natura e della vita: "Quando ci accorgiamo che quelli che sostengono di portare la luce ci hanno condotti al buio (…) la razionalità impone di ridefinire le categorie e i concetti…”. Coloro che così facilmente nel mondo globalizzato vengono considerati esuberi, perché sottratti alle categorie dell'efficienza, della produttività, della performance, della capacità di consumare hanno più facilmente una conoscenza inclusiva della problematicità della realtà, dei suoi costi reali e delle possibili soluzioni per affrontarla e superarla. Da questo punto di vista, le donne con i loro figli, che sono le prime a risentire gli effetti delle crisi e le prime a trovare soluzioni alternative per sopravvivere nonostante tutto, le donne con il loro modo differente di contribuire al benessere delle famiglie, delle comunità e dei popoli, sono in prima fila, solidali con tutte le altre molteplici differenze che vengono inferiorizzate piuttosto che valorizzate.

 

Le donne e le loro condizioni sono una delle principali cartine al tornasole dei cambiamenti, delle trasformazioni in atto nel mondo, nelle società e nelle culture. Nel corso degli ultimi cinquant’anni le loro condizioni sono profondamente cambiate, la loro vita si è trasformata in modo significativo, per scelta o per necessità, a seconda delle opportunità, ma molto spesso anche a causa delle difficoltà che si sono trovate di fronte. Si è trattato di un percorso irreversibile, che è passato attraverso la rivendicazione dell’uguaglianza, il riconoscimento della differenza, la ricerca di uno stile di reciprocità con l’uomo; un itinerario che ha visto per decenni l’accento posto sul necessario riconoscimento dei diritti e delle pari opportunità, ma che domanda oggi anche un nuovo approccio, che non può non passare attraverso il recupero e la centralità di una sensibilità propria del femminile, quella della cura e della responsabilità nei confronti della vita e delle persone, della natura e della storia.

 

Oggi l’umanità, alle prese con trasformazioni radicali sempre più veloci e dalle conseguenze spesso imprevedibili, ha bisogno di un surplus di responsabilità, ha bisogno del “genio femminile”, che non è solo patrimonio delle donne, per prendersi a cuore le sorti delle nuove generazioni, del pianeta, del futuro.


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