11 settembre, così il terrorismo è cambiato (in peggio)

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11 settembre, così il terrorismo è cambiato (in peggio)

di Maria De Falco Marotta

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Da quell’11 settembre del 2001 la minaccia terroristica si è evoluta e modernizzata. Ma la risposta, oggi come allora, passa dalla capacità di azione unitaria da parte dell’Occidente, da adattare al mutato contesto e da dispiegare su molteplici fronti, fisici (dall’Afghanistan al Sahel) e non solo.

 

 Conversazione con Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica, studioso di terrorismo jihadista.

 

“Se vogliamo dare un tributo a questi vent’anni dall’11 settembre e a tutte le vittime della lotta al terrorismo, dobbiamo metterci in testa che la sfida si vince culturalmente, e non solo militarmente, e che l’Occidente deve rispondere unito, collaborando al suo interno e dialogando all’esterno”. Ne è convinto Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica, che ne ha parlato ultimamente con parecchi giornalisti, che ricordano anche che Maometto disse nel suo Corano, di non preoccuparsi troppo del tempo, perché Allah aiuta i fedeli per conquistare il mondo.

 

Domande e Risposte.

 

Le ricorrenze per i vent’anni dall’11 settembre si aprono con le apprensioni per l’Afghanistan. Cosa è cambiato da allora?

 

Una premessa è doverosa: sarebbe un grave errore pensare che il ritorno al potere dei talebani possa riprodurre esattamente lo stesso schema di vent’anni fa, quando l’Afghanistan era il solo vero cuore del terrorismo. Oggi lo scenario del terrorismo è molto più policentrico.

 

Perché?

 

Perché in due decenni il terrorismo si è molto evoluto, sia per l’esperienza del Daesh, sia per l’occidentalizzazione della jihad e la sua pervasione delle nuove tecnologie, a partire dai social media. Lo scenario è diverso anche rispetto al 2010, quando fu diffuso il video di Osama Bin Laden che parlava con alcuni sceicchi, facendo sapere al mondo che c’era lui dietro il più grosso attentato mai compiuto.

 

Come si presenta oggi il terrorismo jihadista?

 

Dopo l’esperienza del Daesh, la galassia jihadista è diventata planetaria, veloce e cibernetica. Rispetto a vent’anni fa non c’è più solo il modello del “qaedista col cellulare”, che comunque continua a persistere. Ci sono nuove organizzazioni, collegate alle due grandi case-madri (Isis e al Qaeda) e una galassia di singoli che si radicalizzano per conto loro (più emuli dell’idea di terrorismo che aderenti diretti alle organizzazioni). C’è poi, ed è il vero problema, una galassia di simpatizzanti che non si sa se, quando e come decideranno di intraprendere una strada operativa. Oggi abbiamo dunque a che fare con una diversa stratificazioni di tipologie di terrorismo, destinata a rimanere nel futuro. Una stratificazione che richiede strategie e mezzi di contrasto diversi tra loro.

 

Ma c’è qualcosa che, in questo quadro, viene ora aggiunto dal ritorno dei talebani in Afghanistan?

 

Sì, il fatto che, questa volta, i talebani proveranno a creare un vero Stato islamico radicale, più organizzato e più capace di interagire con ciò che lo circonda per dimostrare che può esistere una patria del radicalismo per la quale combattere. Lo dimostrano il rapporto con il Pakistan e l’atteggiamento aperto con la Cina che i talebani hanno avuto da subito. È l’inizio dell’evoluzione politica di un fenomeno che potrebbe avere funzione legittimante per il popolo della cyber-jihad che, dopo Daesh, è alla ricerca di una nuova patria per cui combattere.

 

Dobbiamo dunque aspettarci dei talebani più dialoganti?

 

Sì, ma con qualche rischio in più. Non bisogna dimenticare che il ritorno talebano deriva da negoziati avvenuti a Doha, in Qatar. Già questo suggerisce l’esigenza di riflettere sul nuovo rapporto che si creerà tra talebani, al Qaeda e alcune frange più estremiste della Fratellanza musulmana. Nel governo annunciato a Kabul figura come ministro dell’Interno il capo del clan Haqqani, che non ha mai nascosto legami con il qaedismo e con questa tipologia di cultura. Dalla posizione in cui opererà si capirà molto di quanto intendano influenzare da lì alcuni gruppi filo-qaedisti nel resto del mondo, come Aqmi, Aqap, Boko Haram ed al Shabaab. Solo il tempo ce lo potrà dire. È comunque la prova evidente che nuove riflessioni vadano fatte. Facciamo sempre l’errore di non ricordare il programma del 2004 di Bin Laden, preannunciato già nella fatwa del 1998. Diceva che l’obiettivo di al Qaeda era fare in modo che il jihadismo creasse una proliferazione di fronti.

 

Obiettivo raggiunto?

 

Basta guardare la situazione attuale: oggi siamo di fronte a tale minaccia, con tantissimi fronti aperti, molti più di vent’anni fa. C’è il fronte cibernetico e comunicativo, e ci sono numerosi fronti materiali come Sahel, Corno d’Africa, Yemen e nord Africa, dove il terrorismo si sovrappone e si mischia a traffici criminali di vario genere, armi, droga ed esseri umani. Poi c’è la bomba del continente africano, pronta a esplodere. C’è ovviamente l’Afghanistan, più connesso con i fronti asiatici delle ex repubbliche sovietiche (Kirghizistan e Uzbekistan) che riguardano, per la provincia uigura, anche la Cina. C’è il fronte dell’Indo-Pacifico, che riguarda Indonesia, Filippine e tanti piccoli rivoli che si affacciano dal subcontinente indiano e dall’estremo oriente. C’è anche il fronte europeo, a cominciare da ciò che accade nei Balcani, una vicenda tutt’altro che esaurita.

 

Sembra un quadro preoccupante…

 

Direi di sì. Il jihadismo si è enormemente allargato. Le singole minacce sono magari meno solide e discernibili rispetto ad al Qaeda e Daesh. Ma ci troviamo di fronte a una costellazione di organizzazioni che, grazie alla mediatizzazione del fenomeno, sono cresciute enormemente. Avere tutti questi fronti aperti è il problema maggiore, e non vorrei che ci fossero sottovalutazioni.

 

Dunque, che fare?

 

Prima di tutto occorre fare un bilancio onesto di questi vent’anni. Un bilancio nel mondo degli esperti del fenomeno insieme con Forze dell’ordine, Forze armate e intelligence. Un ragionamento ontologico sulla natura della minaccia.

 

Da dove partire?

 

Dai sintomi, tra cui certamente l’Afghanistan.

 

E quale è il suo giudizio sui vent’anni in Afghanistan?

 

Ritengo che l’indignazione generale delle ultime settimane sia stata quanto meno tardiva. Gli accordi di Doha risalgono a un anno fa e da allora si sapeva che sarebbe successo quello a cui abbiamo assistito. Il punto di critica all’Occidente e alla Nato può essere sulle modalità, ma tutti sapevano che l’esito effettivo era nell’ordine delle cose, l’avanzata e il consolidamento dei talebani sono stati forti e persistenti per almeno quattro anni.

 

Cosa non ha funzionato?

 

Probabilmente abbiamo sottovaluto la capacità dei talebani di non mollare la presa sulla società afgana, nella quale godono di un certo consenso per motivi materiali (essendosi sempre legati a una delle economie più fiorenti, il traffico di stupefacenti, leva economica contro la povertà purtroppo in alcune aree del Paese) e spirituali (per il consenso al radicalismo islamico che esisteva e che non si è indebolito). Inoltre, non può essere sottovalutato l’aspetto tribale; in Afghanistan il 60% della popolazione è di origine pashtun, e i talebani sono una gran parte dei pashtun, sia nel Paese che in Pakistan. Ciò ha condizionato non poco le vicende afgane. Le analisi devono dunque partire dal fatto che i vent’anni di impegno non hanno indebolito una fetta importante del radicalismo, che è perdurato, ha avuto consenso locale e si è fatto trovare pronto quando gli è servito.

 

Torniamo in Europa, perché in questi giorni si è aperto il processo per gli attacchi di Parigi del 2015…

 

Sì, è un altro sintomo della nuova minaccia terroristica. L’unico imputato in vita tra gli autori diretti dell’attacco, Salah Abdeslam, dopo sei anni di carcere si è presentato alla sbarra più radicalizzato di prima. In carcere la sua radicalizzazione è cresciuta, e questo ci deve far riflettere. Aggiungo però un altro sintomo: la Tunisia. Il Paese era nella bocca di tutti nel periodo successivo alle primavere arabe come il più fulgido esempio della ricerca di democrazia. Le vicende degli ultimi mesi rappresentano un punto interrogativo sull’esito di tale processo.

 

Cosa unisce il ritorno ai talebani in Afghanistan, la radicalizzazione di Abdeslam e le vicende tunisine?

 

Una lezione importante: dobbiamo prendere sul serio la spinta forte che in una parte dell’Islam c’è alla radicalizzazione. Lo dobbiamo fare con la loro testa e la loro cultura. È un errore pensare a quel mondo con le nostre categorie del pensiero. Negli ultimi giorni si è arrivati persino al paradosso di trovare similitudini tra il terrorismo jihadista e le brigate rosse. Finché non prenderemo sul serio il fatto che il modo di vedere il mondo dall’altra parte del Mediterraneo non ammette separazioni tra potere spirituale e temporale, continueremo a rischiare l’incomunicabilità e l’inefficacia di qualsiasi azione di contrasto alla radicalizzazione.

 

Nella precedente legislatura lei aveva proposto una legge apposita sugli aspetti di prevenzione. Il dibattito prosegue. È la strada giusta?

 

Noi ci avevamo pensato proprio per questo. Ma è solo una goccia nel mare. Il tema vero è capire che nella lotta al terrorismo non ci può essere forma repressiva senza forma preventiva. E la prevenzione nasce prima di tutto dal dialogo, dalla comprensione e dal rispetto reciproco per il modo di essere e per la cultura. Per l’Occidente questa è la sfida più difficile, perché abbiamo la tendenza a dare per scontato il nostro sistema di valori e la facilità alla sua esportazione, non capendo che l’evoluzione storica del mondo (e lo dico da storico) non è uguale per tutti.

 

Sta dicendo, ad esempio, che occorre dialogare con l’Egitto di al Sisi?

 

Non solo. È evidente che rispetto alle primavere arabe abbiano preso campo, sull’altra sponda del Mediterraneo, forme autoritarie di potere. Se smettiamo di dialogarci, finiamo per consegnarle al dialogo con altre parti del mondo, come Cina e Russia, che hanno più familiarità con un certo modo di organizzare la società. Questa è la grande sfide culturale per l’Occidente. Se non l’affrontiamo, non possiamo pensare di poter sconfiggere un terrorismo che diventa via via più complicato. Da qualche settimana è in onda su Arte un documentario su come in Francia fu gestito l’attentato al Bataclan. Con molta nettezza si raccontano anche gli errori commessi, primo fra tutti l’assenza di coordinamento tra Paesi europei, Belgio e Francia in particolare. Tutto ciò rende evidente lo spazio da colmare e le carenze cui supplire.

 

Alla luce di tutto questo, come ricordare oggi l’11 settembre?

 

Se vogliamo dare un tributo a questi vent’anni dall’11 settembre dobbiamo metterci in testa due cose. Primo, che il terrorismo non si può battere militarmente senza batterlo culturalmente (ed è per questo che i talebani non si sono indeboliti, che Abdeslam non si è deradicalizzato e che i fronti del jihadismo sono aumentati). Secondo, che il fenomeno è diventato globale e che l’Occidente deve affrontarlo superando le ristrettezze della mancanza di collaborazione. Altrimenti rischiamo di trovarci tra vent’anni con una minaccia ancora più grande. Il miglior modo per ricordare tutti i caduti della lotta al terrorismo è provare ad essere sempre più all’altezza di una sfida sempre più complessa.

 

A tal proposito, l’epilogo drammatico dell’impegno in Afghanistan ha rilanciato il dibattito sulla Difesaeuropea. È il momento giusto per procedere?

 

Credo che tutti coloro che si sono espressi sul tema, a partire dal presidente Mattarella, abbiano fatto bene a proporlo in questo momento. Sono d’accordo. Naturalmente, bisogna partire dalle difficoltà esistenti. Tutti i Paesi europei sono abbastanza trincerati sulla difesa degli interessi nazionali, che naturalmente non va mai banalizzata.

 

E perché allora superare l’interesse nazionale?

 

Perché difendere a spada tratta interessi nazionali di fronte a sfide che non si è in grado di affrontare da soli (e nessuno può affrontare da solo il terrorismo jihadista) rischia di finire per indebolire lo stesso interesse nazionale. D’altra parte, bisogna spiegare agli euro-entusiasti che, finché non si fanno carico delle diffidenze statali prendendole sul serio, non si riusciranno a fare passi in avanti con la sola enunciazione di principi. Ci vuole molta saggezza. Per fortuna il nostro Paese è ora guidato da una persona intelligente e preparata e può dare un contributo importante a questo passo in avanti per l’Europa e l’Occidente. Credo che lavorare saggiamente all’integrazione europea sia un contributo anche alla Nato e al rilancio dell’Occidente. In altre parole, per “tenere a bada” i musulmani, gli occidentali devono stare uniti.


 


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