Le varie opere di Dalì sui temi di Millet

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Le varie opere di Dalì sui temi di Millet
Una giornata con Salvador Dalì (2)

di Gennaro Stammati

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Nella logica crono-tematica della mostra, i curatori: Jean-Hubert Martin, Montse Aguer, Jean-Michel Bouhours e Thierry Dufrene hanno volutamente liberato la genialità e i tormenti di Dalì anticipando un percorso che da “Il Grande Masturbatore” porterà l’artista a interpretare e rivisitare il quadro di Millet.

Infatti, per ammissione dello stesso Dalì e come indicato nella didascalia che apre la sezione, nel tormento del suo inconscio, Dalì esplora nuove vie e passa dalla tecnica surrealista dell’automatismo ad un metodo da lui stesso definito paranoico-critico. Questo permette all’artista, come sostenuto dai curatori, “di proiettare nella realtà esteriore, che si manifesta deformata, metamorfizzata, e ambiguamente sdoppiata, le sue ossessioni e i suoi deliri interiori. Di qui nascono i capolavori più conosciuti comeIl Grande Masturbatore, La persistenza della memoria, o l’incredibile serie d’interpretazioni visive stravolte dell’Angelus di Millet, che da quadro idillico e religioso diventa un’inquietante e perversa scena d’infanticidio” (commento di Francesco Poli su “La Stampa”).

Frutto di questo metodo, in assenza di qualsiasi controllo della ragione e al di fuori di preoccupazioni estetiche o morali, nasce ”Il Grande Masturbatore” e ha inizio il tormento che deriva dall’osservazione del quadro di Millet. L’angoscia che traspare da questo quadro trova la sua drammatica interpretazione nel ricordo di una vita sfiorita, di una morte prematura, nel piacere e nello stesso tempo nell’annullamento della riproduttività, il tutto avvolto da una luce azzurra. Due figure ai piedi del corpo centrale vengono identificate come Ettore e Andromaca quasi a sottolineare il passaggio dall’esaltazione di un amore alla distruzione dello stesso. Il corpo centrale è circondato dalle già viste immaginarie inquietanti figure: un insetto, alcuni vermi, un drago cinese.

Dalì rielabora il quadro di Millet mentre è ossessionato dalla morte del fratello mai conosciuto e di cui si considerava un doppio, o una reincarnazione come suggerito dai genitori. In un quadro del 1934 “Atavismo al crepuscolo” rivisita in modo introspettivo ed angosciante le figure dei due contadini. La figura femminile, col capo piegato, sembra raccolta in preghiera. Davanti a lei la figura maschile seminasconde la sessualità con un cappello. Nel sogno delirante dell’autore il rapporto sessuale, rappresentato dalla carriola, prelude al piacere che distrugge la virilità. La donna è quindi una specie di mostro, una mantide che cannibalizza la riproduttività dell’uomo. Qui si apre un altro delirio: la figura maschile è l’uomo o il figlio? Il volto non esiste e al suo posto un teschio guarda in basso dove Dalì sosteneva ci fosse la tomba poi trovata ai raggi X nel quadro di Millet.

Come detto precedentemente, la tematica del quadro di Millet continuerà a destare in Dalì nuove emozioni e nuovi incubi. Lui stesso ne "Le mythe tragique de l'Angelus de Millet"dirà:

"Nel giugno 1932 mi si affaccia di colpo alla mente, senza alcun ricordo prossimo o associazione cosciente tale da consentire una spiegazione immediata, l'immagine dell'Angelus di Millet ... Ne provo una profonda impressione e ne sono sconvolto perché, sebbene nella mia visione delle immagini tutto corrisponda esattamente alle riproduzioni del quadro - che io conosco molto bene - essa mi appare del tutto modificata e carica di una tale intenzionalità latente che essa diventa per me l'opera pittorica più sconvolgente, più enigmatica, più densa e ricca di pensiero che sia mai esistita" ( Mar L8v ).

 

Una seconda versione dello stesso dipinto, eseguita da Dalì due anni più tardi, colloca le figure in uno scenario reinterpretato della Catalogna.  L’atmosfera è più silenziosa, surreale, metafisica e meno cruenta; il paesaggio è arido e spoglio; le figure, stilizzate, metalliche ma nello stesso tempo astratte, sembrano corrose dal tempo e dalla ruggine.

L’artista stesso spiega questo suo lavoro: "In una breve fantasia alla quale mi lasciai andare nel corso di un’escursione al Capo Creus, il cui paesaggio minerale (a Nord-Ovest della Catalogna) costituisce un autentico delirio geologico, immaginai intagliate nelle più alte rocce le sculture dei due personaggi dell’Angelus di Millet. La loro situazione spaziale era la stessa del quadro, ma erano tutti coperti di fenditure. Numerosi dettagli delle figure erano stati cancellati dall’erosione, il che contribuiva a far risalire la loro origine a un’epoca molto remota. Era la figura dell’uomo a risultare più deformata dall’azione meccanica del tempo; di lui non restava altro che la massa vaga e informe della silhouette, che diventava così terribilmente e particolarmente angosciante …".

Non c’è dubbio che il quadro di Millet (appeso ad una parete della scuola quando Dalì era bambino, almeno da quanto riportato dagli esperti) è stato molto incisivo nella vita dell’artista. Nelle sue interpretazioni ritroviamo gran parte delle sue angosce e dei suoi deliri: la figura del fratello morto, la sua relazione con i genitori, il senso di colpa, il suo rapporto con il sesso femminile, la scomposizione del corpo umano come fogli del calendario della sua vita che il vento disperde nei tormenti del suo quotidiano.

In una ulteriore versione, Dalì abbozza un disegno a parti invertite: la donna è china su un carretto, simbolo del talamo, e viene presa da dietro dall’uomo in rapporto sessuale. Siamo di fronte ad un’evoluzione non da poco dell’immaginario dell’artista: Dalì, infatti, solitamente vedeva la donna come figura dominatrice, tentatrice e distruttrice della virilità maschile, mentre l’uomo era relegato a una posizione di passività e subalternità.

Nell’evoluzione dell’ossessione descritta nel disegno, Dalì si dimostra succube, ma al tempo stesso soverchiante, vittima ma insieme attore: è prigioniero dell’immagine della donna che è provocante musa, virago al punto di essere distruttrice della sua personalità, ma anche donna oggetto. Una sensazione di sgomento sadomasochista.

In questa sezione della mostra è esposta un’altra scena del quadro di Millet che viene presa a simbolo del suo incontro/confronto/scontro con la donna e che conferma l’incubo che il pittore deve aver vissuto nel suo relazionarsi con essa.

Qui la figura femminile appare moltiplicarsi nella cornice che racchiude la tela da cui, però, la realtà si sfuma mentre le certezze della vita spariscono.

L’impatto con il quadro di Millet non finisce con queste immagini ma continua nello sviluppo del pensiero artistico di Dalì. Alcuni quadri furono composti prima di quelli presi in esame ed altri ancora saranno poi composti dal pittore successivamente, tutti con tematiche diverse, ma tutti con l’immagine principale che ricompare a volte senza fenomeni evolutivi, altre volte con distorsioni derivanti da nuove associazioni mentali provocate dalle afflizioni del momento. 


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