È stata inaugurata a Roma, presso l’Accademia di Francia di Villa Medici, la mostra “Luoghi sacri condivisi – viaggio tra le religioni”.
Il Museo ebraico ha prestato uno dei bozzetti che Eva Fischer realizzò verso la fine degli anni’70 e l’inizio degli anni successivi, per poter creare le vetrate legate a 4 città sacre di Israele, a Roma città ospitante e ad un momento a mio avviso fra i più significativi nella liturgia ebraica, ossia la Benedizione (Beracha).
La splendida villa cinquecentesca espone il solo dipinto “Gerusalemme”, che nel catalogo viene riprodotto accanto all’opera “Hebron”. Fin qui nulla di male, tranne per il fatto che Eva è l’unico artista privo di biografia, neanche gli anni di nascita e di morte. La cosa dispiace perché sarebbe stato interessante scoprire ad esempio, che aveva effettuato i propri studi presso l’Accademia di Belle Arti di Lione e che la sua presenza avrebbe legato non soltanto la cultura religiosa, ma anche la Francia all’Italia.
Non essendo il sottoscritto stato informato del prestito dell’opera da parte del Museo Ebraico, non ho potuto verificare queste importanti mancanze, almeno dal punto di vista del rispetto dell’artista.
La mostra viene presentata in catalogo anche dal direttore dei Musei Vaticani, Barbara Jatta.
La questione che intendo sollevare non è però legata a quanto appena scritto, ma alla conclusione del capitolo del catalogo, dal titolo “Città sante”, poco prima delle riproduzioni di Hebron e Gerusalemme.
“Città sante” è stato scritto da Dionigi Albera, Raphaël Bories e Manoël Pénicaud, che concludono il capitolo parlando di Hebron. Riporto l’ultimo paragrafo: “All’indomani della guerra dei sei giorni, nel 1967, i coloni israeliani ripresero con la forza il controllo del santuario che da allora fu diviso in sinagoga e moschea. Nel 1994 un massacro a opera di un fanatico ebreo rinfocolò le tensioni portando una rigida ripartizione di questo luogo sacro, uno dei più complessi e rivendicati al mondo … ”.
Parole come “fanatico ebreo” escono dalle citazioni storiche, dalle pagine di Internet, in gran parte antisemite. Non vorrei che la tensione di questi ultimi anni abbia “suggerito” agli autori di cavalcare l’onda antisemita, per calpestare ancora una volta la Storia ed i “Fratelli Maggiori”.
Ho trovato sgradevole terminare un capitolo dove viene raccontata la storia di una città sacra, con alcuni sapori e termini politici, che ben vanno al di fuori della spiegazione artistico culturale, con cui il catalogo avrebbe dovuto essere redatto.
Nella foto i bozzetti delle vetrate sulle città, dipinti da Eva Fischer per il Museo Ebraico di Roma